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    CERIPNEWS ®
LA NOTA

   
Spunti
   di riflessione
   sui problemi
   della scuola

 

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CERIPNEWS_LA_NOTA_XVII_23_09_2017_06:00_NODE_2824
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La Ministra, lo smartphone e il contratto

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I discorsi “a ruota libera” della ministra Valeria Fedeli ad Imola
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Nell’accogliente platea della Festa dell’Unità di Imola (Bologna), la ministra Valeria Fedeli è tornata sull’utilizzo dello smartphone in classe precisando che “non si tratta di un utilizzo individuale” ma dell’insieme dei dispositivi del digitale che devono essere messi a disposizione della scelta possibile di didattica nel rapporto tra docente e discente. Anzi, “guai immaginare che gli strumenti utilizzati siano uno strumento individuale che distrae dai contenuti”!
Siccome l’uso didattico collettivo degli strumenti digitali (computer, tablet, Lim, ecc.) è diffuso nelle nostre scuole, e tale è anche in campo amministrativo, a quale scopo insediare una commissione ministeriale per dettare linee guida?
Se la senatrice Valeria Fedeli ce lo spiegasse, personalmente ne sarei davvero contento!

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Parimenti sarei contento se la Ministra nel dire che gli aumenti salariali sono legittimi per il personale della scuola, dicesse anche se ha convinto il suo collega Padoan a trovare le somme occorrenti per rinnovare il contratto!
Non basta, infatti, affermare che "nel nostro Paese si è perso il riconoscimento della funzione sociale della professionalità dei docenti e del personale che opera nella scuola”, e che “bisogna ridurre la forbice che caratterizzata la professionalità del docente, la meno pagata nel pubblico impiego”!
Ammesso che il mondo della scuola riesca a portare a casa l’Accordo del 30 novembre scorso,  appena 50 euro netti bastano per ridare dignità economica ai lavoratori? Personalmente ne ho qualche dubbio! (n.b.)

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Magari tutto si risolvesse con lo smartphone in classe!

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Sarebbe questo l’elemento essenziale per la ripartenza della scuola?
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Don Antonio Mazzi, sul settimanale Famiglia Cristiana n. 39 del 24 settembre 2017, commenta l’introduzione dello smartphone in classe ed osserva che, in verità, i problemi sono altri, anche perché “le nuove tecnologie non risolvono le difficoltà educative”.
Don Mazzi si chiede se sia stata “una felice idea quella della Ministra di insediare una commissione per costruire le linee guida dell’uso dello smartphone in aula” dato che “passiamo dal niente al tutto, con la facilità con cui un italiano passa, al ristorante dal primo al secondo”.
Osserva ancora don Mazzi: “Certamente dobbiamo, non solo a scuola, fare uso normale e corretto dei nuovi modi di comunicare, di imparare, di conoscere e di vivere. Però introdurre nella scuola che va male, oppure, per non essere pessimista, a una scuola che è alla ricerca di rinnovarsi dalle fondamenta, la cosa più rischiosa, quasi fosse l’elemento essenziale della ripartenza, come lo smartphone, mi pare stravolgere l’intero processo”.

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Rincarando la dose, il noto opinionista di FC commenta ancora: “Mentre andiamo dicendo che tutto l’impianto scolastico va ripensato, dalle elementari alle superiori, nelle strutture, nei programmi, nella formazione dei docenti, nel dialogo scuola-famiglia, inserire a sorpresa un elemento che supporrebbe già le infinite cose dette sopra, mi lascia forti dubbi. Confondere i mezzi con gli obiettivi, con i metodi e con le finalità della scuola, non fa bene a nessuno ma, soprattutto, non fa bene ai nostri figli. È vero che dobbiamo riportarci ai livelli degli altri Stati europei, perché siamo negli ultimi banchi, ma è anche vero che la scuola non è solo apprendimento ma è soprattutto luogo educativo”.
Alla luce di quanto sopra, il noto commentatore si chiede se e quanto le famiglie siano pronte alla presenza degli apprendimenti digitali per i figli, “pensandoli strumenti essenziali” ed afferma che docenti e genitori vanno preparati per primi, soprattutto evitando di saltare tappe intermedie di maturazione dell’intero fenomeno socio-culturale.
Infine l’affondo finale: “La scuola, infatti, deve aiutare i giovani a conoscere sé stessi, la società, ad affrontare il mondo meno indifesi e ‘dispersi’. La fretta di rincorrere i fenomeni falsamente culturali, reputandoli primari, ci potrebbe riportare più in alto tra le statistiche europee. Basta questo?”.

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CERIPNEWS_LA_NOTA_XVII_21_09_2017_06:00_NODE_2811
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Siamo tutti “buffoni”, e ce ne vantiamo!

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I Docenti, i Dirigenti Scolastici e il Personale ATA iscritti al Cerip e tutta la redazione di Ceripnews, sono orgogliosi di aderire alla Giornata di ricordo delle vittime dell’emigrazione
(3 ottobre 2017)
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La proposta del maestro Franco Lorenzoni e del professore-scrittore Eraldo Affinati, che in occasione della Giornata di ricordo delle vittime dell’emigrazione (3 ottobre) tutti gli insegnanti italiani insoddossino un nastrino tricolore, fa storcere il muso a Gianluca Veneziani di “Libero” che titola: “L’ultima buffonata dei prof schierati: una campagna per lo ius soli”.
Per Veneziani e il quotidiano “Libero”, a quanto pare, è una “buffonata” portare avanti il problema che 800 mila bambini e ragazzi figli di immigrati, che frequentano le scuole con i compagni italiani, non siano cittadini come loro!
I Docenti, i Dirigenti Scolastici ed il Personale ATA iscritti al Cerip e tutta la redazione di Ceripnews sono orgogliosi di aderire alla campagna per lo ius soli e lo ius culturae, con buona pace di “Libero” e Veneziani che etichettano l’iniziativa come “buffonata”! (I soci del Cerip e La redazione di Ceripnews)
Per firmare l’appello: https://goo.gl/forms/1AC6g081ttGQC9Ag2 

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CERIPNEWS_LA_NOTA_XVII_20_09_2017_06:00_NODE_2810
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La deriva tecnologica e la scuola

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Perché la scuola non  resta “sconnessa” per limitare la sbornia digitale dei ragazzi d’oggi?
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Una commissione ministeriale sta studiando le linee guida per consentire l’uso a “fini didattici” dello smartphone in classe, ma la questione è ridicola: non si tratta di legittimare o meno questo strumento ad uso didattico o altro ancora, quanto quello di limitare/contenere la deriva tecnologica diffusa tra adulti e giovani, nella scuola e fuori di essa!
Se così è, giova poco schierare frotte di favorevoli e contrari allo smartphone, bisogna evitare di depotenziare ulteriormente la relazione educativa docente-alunno per mezzo del “terzo incomodo” (= lo smartphone, appunto!) che possa spingere l’alunno in una sorta di condizione di “autismo tecnologico” che dilata la sfera funzionale ed atrofizza quella emozionale. In ogni caso, l’ingresso dello smartphone a scuola non può servire per limitare/contenere la diffusa sbornia digitale dei ragazzi!

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Intanto cresce il dissenso sull’uso dei telefonini in classe e qualcuno azzarda che sarebbe l’occasione propizia perché a scuola si resti “sconnessi”, una sorta di territorio libero da interferenze digitali a parte, ovviamente tablet, pc e Lim, limitandone la dipendenza dei ragazzi.
In ogni caso la sfida educativa vera non è se usare o meno il telefonino, ma quali scelte si compiono con esso, che senso e che uso di fa delle informazioni acquisite on-off, e soprattutto se internet può contribuire o meno allo sviluppo/potenziamento del senso critico, per non cadere nelle fake news, le informazioni ingannevoli e/o errate di cui spesso sono piene le enciclopedie on-line gratis.
Come si vede la questione è più complessa di quanto affermato dalla ministra Fedeli: non si tratta di disciplinare con regole ferree l’uso dello smartphone, quanto spegnere questi dispositivi spesso disinformanti e privi di certezze culturali oltre che pedagogiche. (n.b.)

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Affondo forzista alla Buona Scuola

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Elena Centemero, responsabile Scuola e Università di FI scrive alla Ministra
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Dalle colonne del quotidiano “Il Tempo” di ieri, la responsabile Scuola e Università di Forza Italia,  ha scritto alla Ministra Valeria Fedeli invitandola a correggere gli errori della legge 107/2015 pensando a nuove politiche per la scuola e l’università.
Scontato che siamo in clima pre-elettorale e la Centemero sa bene che al di là della volontà politica di modificare la legge, che non c’è, manca pure il tempo, però tutto fa brodo e la Responsabile forzista ci prova ad occupare una pagina del quotidiano romano.
Partendo dal presupposto che “la scuola non è pensata per i docenti, ma per formare ed educare le bambine ed i bambini, le ragazze ed i ragazzi” arriva il proclama elettorale: chiunque governerà nella prossima legislatura (è scontata la pretesa di FI), dovrà affrontare le criticità della Buona Scuola: mancano 22mila docenti, 1.700 presidi, 1.200 Dsga, non sono esaurite le GaE e ne restano iscritti 69mila docenti nell’infanzia, si sono moltiplicare le assegnazioni provvisorie anche con “soluzioni creative”, basti pensare all’utilizzazione di personale docente senza titolo sul sostegno.
Inoltre, aggiunge la Responsabile di FI, l’alternanza scuola-lavoro sta segnando il passo, la mensa scolastica è un sogno al pari dei libri e del materiale didattico perché le famiglie non hanno reddito sufficiente, ma intanto si parla solo di smartphone in aula e non si parla dei problemi di orientamento e di percorso scolastico.
Infine, conclude la Centemero bisogna ripensare ad un sistema universitario che agevoli l’ingresso nel mondo del lavoro, con una formazione meno teorica e più pratica, favorendo stage e tirocini e abbreviando i percorsi di studio sia liceali che universitari.

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A questo punto mi chiedo dov’era e cosa faceva la responsabile Scuola e Università di Forza Italia quando al governo del Paese c’era - peraltro ben piazzato - l’ex cavaliere Berlusconi con i suoi ministri del Miur che hanno dato il via allo sfascio sistematico del sistema scolastico italiano, per non parlare dei tagli sulla scuola e le chiedo conta e ragione su cosa sia successo nella scuola italiana dopo il proclama sulle 3 “I” (Informatica+Internet+Inglese), e perché sono stati azzoppati alcuni curricoli compreso quelli degli Istituti tecnici e professionali, e che senso abbia da parte di un esponente politico che ricopre la carica di responsabile scuola e università (e quindi di scuola e università dovrebbe saperne!) legittimare l’attuale amputazione del quinto anno dei licei come ha fatto la Fedeli, sulla scia dei suoi poco accorti predecessori, senza parlare di modifica dei curricoli dalla scuola dell’infanzia alla scuola superiore.
Come pure ci piacerebbe sapere perché la Centemero parla di posti e cattedre carenti e GaE non svuotate solo adesso, quando per quasi un decennio non s’è parlato né di concorsi, né di riduzione del precariato, che anzi è cresciuto a dismisura. Mi chiedo anche di che cosa parla l’esponente forzista quando parla di “sogno” della mensa scolastica e dei libri e del materiale didattico, presumibilmente gratis, e se e quando durante l’impero berlusconiano tale benefit s’è realizzato. In ultimo, ma non in ordine di importanza, mi chiedo se e quando Forza Italia abbia messo in campo azioni concrete e positive per raccordare la formazione professionale ed il territorio e se e quando si sia sforzata di implementare la formazione superiore (Università e ITS) che oggi scopre ha la percentuale più bassa dell’Europa.
Prometterlo adesso, impegnarsi a farlo adesso, come detto, in piena campagna elettorale, appare ridicolo e recepibile solo dagli allocchi. Ma questa, a quanto pare, è la politica nostrana! Dopo tutto, per dirla francamente, anche il segretario pidiellino ha scoperto che nella sua Buona Scuola non tutto è andato per il verso giusto a cui ha fatto eco il sottosegretario Toccafondi che ha affermato che alcuni aggiustamenti sono doverosi, ma che comunque non si fanno!
Parlare di scuola e delle sue criticità è una cosa, trovare soluzioni concrete per rimuovere gli impedimenti, è ben altra cosa. Nessuno, a quanto pare, conosce la differenza sostanziale tra i verbi “parlare” ed “operare”. (n.b.)

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CERIPNEWS_LA_NOTA_XVII_18_09_2017_06:00_NODE_2795
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La smartmania dilagante fa discutere

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Fedeli: ok solo per uso collettivo sotto la guida dei prof
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Il dibattito sull’uso dello smartphone in classe si sta facendo sempre più serrato tra pro e contro di genitori, docenti, dirigenti, opinionisti, ma la Ministra tira dritto per la sua strada.
Prendiamo come occasione per riflettere una mail che è giunta in redazione, mettendo accanto alcune considerazioni.

«La proposta della ministra Fedeli tende a liberalizzare lo smartphone in classe, con tutto quello che ne consegue.
Mi chiedo: è mai possibile che un dodicenne o un sedicenne non possa essere capace di staccarsi 5-6 ore da quell’aggeggio che ha definitivamente creato una assoluta dipendenza e, ad un tempo, un totale disinteresse per la realtà che lo circonda?
Come possiamo pensare che un giovane camminando per strada e pigiando continuamente la tastiera sia incurante non solo delle persone che lo circondano, ma anche dei liquami e della cacca dei cani depositati sul marciapiedi?
A scuola, quale sarebbe l’uso didattico controllato se già oggi i ragazzi abbassando la suoneria del cellulare messaggiano continuamente durante le lezioni?
» G.M., un docente deluso e fortemente preoccupato

 

Contro la totale apertura all’uso dello smartphone in classe, sia pure per “uso didattico”, ci mancherebbe anche che non si affermasse ciò, almeno a parole, fra i tanti genitori, docenti e dirigenti scolastici favorevoli che parlano di “opportunità educativa”, ce ne sono tanti altri contrari che invece parlano di “scuola svenduta alle lobby digitali”.
Per la verità tutti i ragazzini già a 10 anni (la Prima Comunione è un’occasione d’oro!) ricevono in dono un cellulare, ma c’è anche di più: la smartphonemania in certe famiglie è tale che sono gli stessi genitori che cambiando frequentemente questi apparecchi per rincorrere la moda o per averli sempre più performanti o per status symbol, cedono i loro già usati ai figli, alimentando in loro la frenesia dell’apparecchio sempre più attuale.
Scontato che se usato in modo appropriato in classe lo smartphone è uno strumento come un altro, sempre che non si confondano i mezzi con i contenuti di cui i docenti debbono farsi carico.
Quindi, se proprio si vuole, che lo si faccia usare in classe alla stessa stregua del tablet, del pc, della Lim, altrimenti la digitalizzazione ossessiva potrebbe portare alla diffusione di contenuti di massa, come quelli che si trovano in rete nelle tante enciclopedie buone per tutto e per tutti.

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Va anche detto, ad onore della verità, che negli anni passati, compreso quest’ultimo, in assenza di banda larga nelle scuole, spesso sono gli stessi prof che invitano gli studenti ad usare i rispettivi dispositivi per ricerche ed informazioni varie (sic!), con buona pace dello strombazzato Piano Nazionale Scuola Digitale, mai giunto a conclusione pur se rifinanziato più volte.
Allora il problema non è solo insediare una Commissione parlamentare per dire sì o no al cellulare e dare suggerimenti general-generici ai prof sull’uso consapevole e didattico dello strumento, cercare di capire se lo smartphone possa dare una smossa per la banda ultralarga, per i libri digitali, l’uso didattico dei tablet, ecc. senza arrivare al 2020.
In ogni caso serve la presenza costante del docente in classe e del genitore a casa quando i ragazzi usato Internet: Google – solo per fare un nome - va usato per diventare più critici e non per trovare la prima risposta utile! Da questo punto di vista la Ministra è stata chiarissima precisando che non ci deve essere un uso libero e personale dello strumento, ma va gestito in classe con un uso consapevole sotto la guida degli insegnanti per fare innovazione didattica. Noi, per la verità non vorremmo che diventasse “didattica innovativa” anche l’uso in classe della calcolatrice per risolvere più presto e meglio i quesiti di matematica, dimenticando però le tabelline!
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Resta da capire se e quanti insegnanti oggi in servizio abbiano personali conoscenze e competenze per trasmettere modelli di ricerca ed analisi agli studenti in situazione di navigazione sul web, dato che parecchi continuano a preparare le loro lezioni con appunti manoscritti e ricerche sulle enciclopedie cartacee, parecchi considerano perfino una iattura il registro elettronico e continuano ad usare quello rituale e parecchi considerano uno strano aggeggio da esorcizzare con il non uso la Lim presente in classe!
A quanto sopra, va aggiunta la questione longitudinale al curricolo: ok, se si vuole (e non c’è bisogno di una circolare per questo!) alle scuole superiori, ma per cortesia evitiamone categoricamente l’uso alla scuola primaria e media, trarre che per i casi complessi di disagio sociale, di letto-scrittura o di situazione di handicap laddove, nell’interesse precipuo della formazione dell’alunno, non si ritenga opportuno usare il pc o il tablet.
Ed anche in questo caso non c’è bisogna di alcun imprimatur ministeriale perché da anni di fa liberamente nelle classi, alla stretta stregua di far scrivere solo in stampatello piuttosto che in corsivo, giusto per fare un solo esempio.
Per quanto riguarda il tempo d’oggi ed il futuro prossimo, studi recenti condotti dall’Università Cattolica di Milano ha portato a scoprire alcuni filoni non previsti, né prevedibili nel passato recente, per esempio sull’uso del tablet per ridurre lo scollamento dell’alunno con la comunità e limitare il fenomeno della dispersione scolastica; altro filone è l’accoppiamento degli strumenti tecnologici con le stampanti 3D a scuola per promuovere l’innovazione didattica.
In coda al dibattito ed alla polemica che abbiamo riportato registriamo anche la posizione della Gilda degli Insegnanti che attacca a testa bassa la Fedeli che non intende legittimare fra le spese possibili con il Bonus da 500 euro anche lo smartphone. Secondo il sindacato degli insegnanti “visto che il tema è insegnare ai ragazzi come si sta sul digitale con la gestione/responsabilità dei docenti, lo smartphone diventa strumento didattico a pieno titolo”.
Per la cronaca va anche detto che già dall’anno scorso, su scala nazionale e via web con il buono ministeriale s’è comprato di tutto e più, e le aziende pur di vendere hanno poi fatturato solo i prodotti autorizzati. Lo sappiamo noi, e dovrebbe saperlo pure al Ministero. Staremo a vedere come andrà a finire quest’anno! (ninni bonacasa)

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CERIPNEWS_LA_NOTA_XVII_16_09_2017_06:00_NODE_2784
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Il TAR serve oppure no?

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Non è possibile che si accettino le sue sentenze solo quando fanno comodo!
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La scuola fa notizia di questi tempi, ma non bisogna esagerare titolando come ha fatto il quotidiano “la Repubblica” di ieri (15/09/2017) riportando che il TAR Lazio ha bocciato la settimana corta in un istituto romano, imponendo il sabato, dato che si tratta di una mezza verità!
Certamente il titolo scoop serve per coinvolgere il lettore, però … . In buona sostanza il presidente del TAR Lazio non ha bocciato definitivamente la decisione assunta dal Consiglio di istituto sulla settimana corta per le sezioni con attività didattiche articolate su sei giorni settimanali, si è limitato ad accogliere il gravame prodotto da circa 100 genitori con la formula “inaudita altera parte” e rinviando la decisione definitiva al 16 gennaio 2018 quando verrà esaminato il corposo ricorso di quei genitori che avrebbero scelto proprio quell’istituto perché le attività didattiche erano state assicurate per 6 giorni la settimana e, cambiare il modello organizzativo, con conseguenza didattiche e familiari, si configurerebbe come un vulnus.

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Una cosa è però certa: posto che in fase di decisione finale si torni indietro, quindi legittimando la settimana corta, fra tempi tecnici per la decisione e la pubblicazione della sentenza, sarà difficile che a metà anno si possa tornare indietro.
Dalle notizie di stampa, inoltre, non si apprende se si sia svolto un referendum sul gradimento o meno della settimana  corta e se il quasi centinaio di genitori che la contestano siano la minoranza o la maggioranza.
In ogni caso certe scelte organizzative, pur se funzionali o necessitate, non possono essere decisi solo dai componenti di uno sparuto organo collegiale!
Nel merito, si tratta di provvedimento legittimo da parte del presidente del Tribunale che ha ravvisato l’estrema urgenza avendo dato solo una prima lettura al ricorso? Si tratta di potere eccessivo ed invasivo nell’autonomia scolastica?
A questo punto dobbiamo fare chiarezza: fino a quando non si riformano i Tribunali Amministrativi Regionali i loro poteri attuali sono questi e sono legittimi. E poi, per dirla tutta francamente, non è possibile che una volta i TAR vanno bene e servono, quando fa comodo e un’altra volta vanno aboliti, se vanno controcorrente nelle decisioni!
Almeno noi la pensiamo così. (La Redazione)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//15-09-2017/06:00//NODE-2779
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La malascuola siciliana

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Rassegna delle cose che non vanno e di cui nessuno si occupa
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Il caso dell’istituto scolastico di Pachino (Sr) sfrattato perché l’ex Provincia non ha pagato l’affitto al proprietario dell’immobile destinato a scuola, è l’ennesimo caso di malascuola siciliana orchestrata dalla Regione Siciliana anche a seguito del balletto delle competenze tra Regione, Province abolite, Enti Locali senza poteri e senza finanziamenti, e via di seguito!
Siccome della scuola non frega niente a nessuno (scusate la volgarità!), andiamo avanti così:
- con il governatore Rosario Crocetta che, fra balletti pre-elettorali e cambio di assessore a legislatura scaduta, pensa già alla sua prossima poltrona romana;
- con l’assessore Bruno Marziano che, a colpi di decreti a raffica sul dimensionamento della rete scolastica prima e sul calendario scolastico poi, si guarda bene dal fare a pieno l’assessore all’Istruzione, perché la sua mission politica è stata tutta dedicata alla Formazione professionale, peraltro senza molto successo;
- con il dirigente generale Gianni Silvia, che si guarda bene dal fare il passo più lungo della gamba, anche se potrebbe, solo se avesse alle spalle certezze politiche per operare in autonomia nel settore, magari raccogliendo preventivamente qualche suggerimento tecnico;
- con l’Assemblea Regionale immobile, che lesina i fondi destinati alla scuola nel suo complesso ed al funzionamento sempre più asfittico. Nessuno, infatti, al riguardo, può negare la forbice che separa la nostra Regione a Statuto speciale rispetto a quelle a Statuto ordinario, prima e dopo la Buona Scuola!

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A tanto va richiamato e ricordato:
- lo stato di salute degli edifici, in termini di agibilità, igienicità e sicurezza in generale, ma soprattutto antisismica;
- l’assenza totale di un piano per l’edilizia scolastica;
- le mancate risorse destinate all’implementazione dell’offerta formativa e per il controllo del fenomeno della dispersione scolastica;
- le mancate risorse per le attività ludico-sportive, per i buoni scuola e le borse di studio destinate ai meno abbienti;
per non parlare, infine, ma certo non in ordine di importanza, della mancata attuazione della legge sul diritto allo studio ed alla formazione che da anni giace nei cassetti polverosi dell’ARS e che nessuno osa, a quanto pare, tirare fuori, magari per fare spettacolo!
E così la scuola, quella che dovrebbe essere il successo della Sicilia, si appalesa come una delle tante sconfitte nostrane, con il silenzio colpevole dei politici siciliani che, a differenza di quelli nazionali, sulla scuola non spendono una sola parola, presi come sono ad accattonare posti e poltrone per un’altra legislatura. (n.b.)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//14-09-2017/  06:00//NODE-2769
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La scuola è servita, con le certezze della Ministra

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Nuovo contratto e smartphone, dopo di che la scuola è servita! // Cosa ne pensa il mondo
della scuola
// La dura posizione del Codacons
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La Ministra Valeria Fedeli continua a stupire per le sue inconfutabili certezze: nuovo contratto e scatti ai prof universitari entro dicembre e circolare sull’uso “didattico” dello smartphone in classe a breve, con tanto di commissione ministeriale per costruire le linee guida sull’utilizzo dello giocattolo della Fedeli (leggi: http://www.ceripnews.it/la_nota.htm#node-2761-il-giocattolo-della-fedeli ), dopo di che la scuola è servita!
Sul primo punto la Fedeli è categorica: “Entro metà dicembre chiudiamo uno e l’altro, con la Legge di bilancio” (sic!); come ed a quali condizioni non lo dice … anche perché non lo sa, dato che la regia è in mano alla Funzione Pubblica che ancora deve trovare la quadra sugli 80 euro di bonus che potrebbero far sparire il misero aumento di 85 euro medio promesso con l’Accordo del 30 novembre scorso!
Ma c’è di peggio, la Ministra dichiara, afferma e sostiene che ci saranno incrementi maggiori per i docenti con un numero più alto di anni alle spalle, di premi per i docenti che lavorano sul sostegno, nell’educazione per gli adulti e per la continuità didattica in generale. Che cosa vuol dire non si sa, ma chi ipotizza un bonus premiale a chi rinuncia alla mobilità annuale.
Quanto alla querelle smartphone sì-no in classe, alla ribalta in questi giorni nelle pagine di cronaca dei quotidiani cartacei e on line, l’ok della Fedeli sarà formalizzata, a breve, con una circolare in cui verrà legittimato l’uso degli smartphone in classe per “fini didattici” e per “non separare il mondo dei ragazzi, quello fuori, dal mondo della scuola”!
Fermo restando quanto scritto ieri (leggi: http://www.ceripnews.it/la_nota.htm#node-2761-il-giocattolo-della-fedeli ), che torno a confermare con assoluta convinzione, ritengo che i docenti della scuola dell’autonomia non hanno bisogno dell’imprimatur ministeriale se vogliono far usare in classe ai ragazzi il tablet o lo smartphone ad uso didattico. Non sempre sono il linea con gli argomenti portati avanti dall’Anp, ma stavolta sono d’accordo con Mario Rusconi (presidente dell’Anp del Lazio) quando afferma che devono essere gli insegnanti a decidere se farli usare o meno e, soprattutto, se è utile usarli. Resta fermo il principio che lo smartphone non può essere uno strumento utilizzabile tout-court e non ci può essere alcuna imposizione dall’alto di nessun tipo se adoperarli o meno!

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Il problema è anche un altro: fino a che livello docenti e famiglie avranno contezza del presunto “uso didattico” di questi strumenti? Il mondo della scuola, in  materia, è diviso a metà: c’è chi invoca subito il provvedimento e già si appresta a far modificare dal Consiglio di istituto il Regolamento interno della scuola e chi, invece, vede, con la legittimazione di questi strumenti, l’implementazione alla copiatura e alla sub-cultura offerta dalle enciclopedie generaliste on line, a cui già ricorrono disinvoltamente i ragazzi quando lavorano a casa.
Boccia senza appello la proposta il Codacons. Il presidente Rienzi  non capisce “se questa linea di consentire l’utilizzo dei telefonini in classe sia uno scherzo, una provocazione o il frutto di un colpo di testa del Ministro”. Replicando alla Ministra che afferma che si tratta di “non separare il mondo dei ragazzi, quello fuori, dal mondo della scuola”, Rienzi afferma che al pari dei cellulari, anche le sigarette o i prodotti alcoolici fanno parte (purtroppo, aggiungiamo noi!) del mondo dei ragazzi: allora perché non consentire di fumare e bere durante le lezioni?, si chiede provocatoriamente il presidente del Codacons. “Si tratta di un provvedimento pericolassimo – conclude Carlo Rienzi - che rischia di portare i ragazzi alla perdita delle capacità di pensare, leggere e scrivere in modo indipendente dai telefonini. Non solo. Sono noti a tutti i rischi connessi all’uso degli smartphone.  (n.b.)

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node-2761-il-giocattolo-della-fedeli  

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//13-09-2017//06:00//NODE-2761
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Il giocattolo della Fedeli

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Lo smartphone in classe dopo le risultanze di una commissione ministeriale!
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Leggendo la lunga intervista che la senatrice Valeria Fedeli, responsabile del Miur (se l’avesse dimenticato le ricordo che si tratta del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca!), rilasciata a Corrado Zunino e pubblicata ieri sul quotidiano “la Repubblica” (12 settembre 2017, pag. 20), non riesco a capire bene se la responsabile del Miur sia davvero ingenua, o ci marcia!
Vado per punti essenziali e lascio ai lettori ogni valutazione:
Punto 1 - Dopo aver strombazzato nel corso dell’anno scolastico appena concluso, sia lei che il sottosegretario Faraone, sull’uso dello smartphone in classe, adesso si scopre che in settimana si insedierà una commissione ministeriale per costruire le linee guida sull’uso corretto in aule; dopo le conclusione (sic!) verrà emessa una circolare alle scuole.
Roba da non crederci, se non leggesse entro virgolette! In conclusione sembra dire ai docenti, che – a questo punto - sarebbero tutti degli emeriti imbecilli, nessuna discrezionalità: prima lo studio della commissione, poi la circolare ed infine l’uso corretto del cellulare in aula!
Ma se la Ministra ritiene, come afferma nell’intervista, che lo smartphone facilita l’apprendimento, che è una straordinaria opportunità che deve essere “governata”, certamente non per circolare (sic!), non basta il buon senso dei prof?
C’è proprio bisogno della spettacolazione commissione+circolare per dare il via libera all’uso didattico di uno strumento facilitatore nella scuola dell’autonomia?
Punto 2 – Non contenta di quanto sopra, la Ministra affronta anche questioni di un peso enorme quali: la relazione in classe, il coinvolgimento dell’alunno e la comunicazione-interazione docente-alunni. Roba alquanto complessa che però la Fedeli chiude con l’annuncio di una due giorni ad ottobre per riflettere su questi temi.
Insomma siamo alla solita solfa: invece degli Stati generali della scuola di passata memoria, adesso si punta alla metodologia e alla didattica spettacolo, con scontate ricettine offerte (= prescritte!) alla categoria da una ribalta nazionale, forse coinvolgente sul piano mediatico (anche in chiave pre-elettorale!), quanto inconcludente sul piano pratico. Si farà solo spettacolo!
La senatrice Valeria Fedeli, ministra del Miur, sa cosa significa parlare di innovazione educativa ai docenti? I suoi consulenti, riuniti in conclave per modellizzare la chermesse ottobrina, hanno contezza delle resistenze al cambiamento che ha l’adulto in formazione, docente o meno che sia?
Per tornare ai docenti, giova ricordare che la formazione del personale della scuola (dirigenti, docenti, personale Ata) è sempre una scommessa ad alto rischio: basta sbagliare uno step e salta tutto! A chi giova discutere suoi massimi sistemi e il giorno dopo lasciare drammaticamente soli i docenti in classe che tornano a fare come prima?
Il processo di cambiamento e dello stile professionale va accompagnato sistematicamente e progressivamente, esso passa attraverso il lavoro in piccolo gruppo, attraverso le simulazioni, il gioco di ruolo, le varie tecniche che gli operatori della formazione (almeno quelli seri!), sanno gestire nel gruppo. In ogni caso, il cambiamento nell’adulto già formato avviene sempre len-ta-men-te!

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Punto 3 – Tralasciando  la questione degli esami di licenza media e le polemiche connesse che, guarda caso, ho evocato proprio ieri (leggi: http://www.ceripnews.it/in_evidenza.htm#node-2745-primo-ciclo-valutazione ), affronto la macro questione sui programmi della scuola superiore. Secondo la Ministra nei programmi di Storia e di Letteratura c’è già tutto, compreso Novecento ed oltre! Non basta affermarlo però; il programma va gestito ed utilizzato come linea/asse culturale del pensiero storico-letterario; fino a quando i docenti resteranno legati alla sequenza temporale ad indirizzo storico-antologico ed alla cronologia delle epoche, non ci farà alcun passo avanti, anzi, si faranno molti passi indietro!
Nei giorni scorsi, in ordine alla cosiddetta sperimentazione sul “liceo breve”, fra tante fonti pro/contro, ho richiamato all’attenzione del lettore quando affermato dal professore
Guido Baldi (autore di un manuale di Letteratura italiana molto diffuso nelle scuole italiane) secondo cui “c’è una distanza abissale tra cultura e realtà già nel quinquennio così com’è strutturato, dato che a scuola spesso si sfiora Montale, i ragazzi sconoscono gli autori del Duemila, però alla Maturità escono poeti come Caproni! Per non parlare di Gadda, Calvino, Merini, Fo, ecc.”.
So bene, scrivevo nell’articolo del 4 settembre u.s. (cfr. Archivio Notizie – 4 Settembre 2017 – Node 2596)  che ricette certe non ce ne sono, ma investire un anno su Dante, Petrarca e Boccaccio, a questo punto è un paradosso, “a meno che non si rivoluzioni la metodologia a cui sembrano tanto legati i docenti. I tre grandi, piuttosto che restare un corpus isolato, vanno accostati al Novecento, come afferma Baldi:  Ariosto porta a Calvino, Boccaccio si accosta a Dario Fo, Petrarca sull’accidia si affianca ad una poesia di Montale, e via di seguito. Accostamenti davvero stimolanti, ma chi lo dice ai professori di ieri e di oggi legati a modelli cronologici indistruttibili, e che non conoscono neppure il pensiero di Baldi, pur avendone adottato i suoi libri per anni, compreso i futuri ‘sperimentatori’!” 
Se così non è (in concreto così accade ancora oggi, purtroppo!), è ingenuo evocare Deledda, Caproni, Fo ed altri ancora! Bisogna costruire un modello di programmazione flessibile, forse anche interdisciplinare – anche se usare questo termine alle superiori appare blasfemo! – per giungere a quella relazione/interconnessione per assi culturali storico-letterari, ma non solo, superando la logica della sequenza didattica convenzionale obsoleta, ma cara a certi docenti perché è la loro cultura pregressa che dà sicurezza e passare alla cronoprocessualità ed alla temporizzazione del processo programmatorio / progettuale dell’insegnamento.
Per il resto (mancate immissioni in ruolo, supplenzite, scatti dei prof universitari ed altro ancora) è roba che lascia alla lettura dell’articolo di Zunino già richiamato sopra (ninni bonacasa)

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CERIPNEWS // LA NOTA // XVII // 12-09-2017 / / 06:00 // NODE-2753
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Da Ventotene allo ius soli

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Accoglienza migranti (con figli) per non chiudere la scuola
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A Ventotene, il comune più meridionale della regione Lazio, che si estende sull’isola omonima e sulla vicina isola di Santo Stefano, i migranti potrebbero essere accolti, sempre che abbiano figli minori, non per spirito umanitario, ma per salvare la scuola priva di alunni del luogo.
Il sindaco dell’Isola così ha chiesto profughi ed al suo fianco si sono schierati il parroco, la maestra e il Ds che parla di sana integrazione e opportunità per i ragazzi residenti di fare nuove amicizie, mentre al bar della piazza i favorevoli ed i contrari alla proposta si scontrano tra un caffè ed una giocata a carte.
Intanto al Senato, fra Def e legge di Stabilità si cerca una finestra parlamentare – previa intesa politica – per varare lo ius soli.

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La proposta di legge incassa un vibrato appello firmato da intellettuali, artisti e uomini di cultura ed inviato al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ed ai Presidenti della Camera e del Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, in cui si chiede di non escludere 800 mila bambini figli di immigrati regolari e nati in Italia.
Il principio del “diritto di suolo” afferma che un bambino che nasce e cresce in Italia, che parla italiano e studia italiano, è italiano; il vivere insieme e parlare la stessa lingua rende tutti concittadini. Questo principio socio-culturale, prima che politico, non è nelle corde di Salvini (Lega) e della Meloni (Fratelli d’Italia); eppure sono parlare di tutto, almeno a loro dire. (n.b.)

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CERIPNEWS // LA NOTA  // XVII // 11-09-2017 / / 06:00 // NODE-2742
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La carica dei 100 mila supplenti

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I sindacati presentano la “lista della spesa” al Miur
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Con la riprese delle attività didattiche, nonostante le reiterate annuali dichiarazioni della fine della “supplenzite”, le immissioni in ruolo da GM e da GaE, all’appello mancano parecchie migliaia di docenti e così anche quest’anno ci saranno 100 mila supplenti nelle aule, per non parlare delle supplenze brevi!
I conti che hanno fatto i sindacati, che hanno presentato al Miur, sono questi:
* 22 mila posti non coperti da assunzioni,
* 15 mila cattedre che dovevano diventare stabili, cioè passare dall’organico di fatto a quello di diritto, ma che non sono state autorizzate dal Mef,
* 40 mila deroghe del sostegno,
* 10 mila docenti che occupano gli spezzoni di cattedra,
* 13 mila ed oltre di prof in part-time, congedi, aspettative familiari o per dottorati di ricerca.
Insomma, come prima e forse anche peggio: nonostante le assunzioni, anche quest’anno migliaia di docenti abilitati continueranno a lavorare come supplenti su posti vacanti e disponibili!
Questa situazione insostenibile ha spinto il Miur ad annunciare per febbraio un concorso riservato proprio a quei prof supplenti che sono nelle graduatorie di seconda e terza fascia e che oggi non possono essere assunti.

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CERIPNEWS // LA NOTA // XVII // 09-09-2017 / / 06:00 // NODE-2734
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Anticipo pensione per le lavoratrici

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I sindacati Cgil, Cisl e Uil hanno accolto tiepidamente la proposta Poletti
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La Commissione Lavoro della Camera dei Deputati, nella sua indagine conoscitiva sulle pensioni alle lavoratrici, ha posto la questione della maternità e la cura familiare ipotizzando, per questo arco temporale, contributi figurativi (fino ad un massimo di 2 anni, 6 mesi per ogni figlio) tali a ridurre gli effetti negativi della discontinuità delle carriere lavorative femminili.
Importante sarebbe anche modificare la legge Fornero per le donne nel sistema contributivo, cioè coloro che non posseggono contributi alla data del 31 dicembre 1995.
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Sono 40mila le domande presentate al 15 luglio 2017 per poter fruire dell’Ape sociale; di esse solo 11.668 sono di donne (il 29% delle domande totali); il dato è così basso perché molto spesso le donne a 63 anni di età non hanno maturato i 30 anni di contributi necessari per l’anticipo.
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Al tavolo Ministero del Lavoro-Sindacati la proposta parte dal dato di fatto che delle 40mila domande presentate al 15 luglio per poter usufruire dell’Ape sociale, solo 11.668 sono di donne (il 29% del totale) perché molto spesso le donne – pur avendo compiuto i 63 anni di età – non riescono a maturare i 30 anni di contributi necessari per l’anticipo.
Cgil, Cisl e Uil hanno accolto tiepidamente la proposta Poletti perché il loro obiettivo è quello di rivedere, allargandone le maglie, la legge Dini onde consentire un anticipo sull'uscita delle donne ampliando la platea dei beneficiari dal 29% al 40% sul totale di domande per l'Ape sociale.

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CERIPNEWS // LA NOTA  // XVII // 08-09-2017 / / 06:00 // NODE-2729
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Lettera aperta alla Direttrice dell’USR Sicilia

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L’autonomia scolastica è commissariata da Miur, ma soprattutto dal Mef
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Gentile dott.ssa Altomonte,
ho letto con molta attenzione, la sua intervista sul servizio mensa pubblicato sul “Giornale di Sicilia” di ieri (7 settembre 2017) ed a quanto da lei dichiarato e pubblicato desidero aggiungere alcune mie considerazioni che sottopongo alla sua attenzione.
Non è del tutto vero che le famiglie siciliane non vogliono (e/o non hanno voluto nel passato) il tempo pieno e la mensa; negli anni Ottanta ed oltre, le scuole ubicate in aree disagiate come Brancaccio, Falsomiele, Borgo Ulivia e Zen, solo per citare una parte della realtà palermitana che conosco meglio, disponevano di cucine, spazi adeguati per lo scodellamento, aree dedicate al consumo dei pasti, ecc., e la mensa era diffusissima. Così non è più oggi, e non basta richiamare il Rapporto di Save the Children secondo cui in Italia il 48% degli alunni non ha la mensa e in Sicilia si tocca l’80% (leggi:
http://www.ceripnews.it/notizie.htm#node-2721-report-save-the-children  ).
Poiché lei non era in Sicilia negli anni evocati sopra, la informo che la scuola Orestano, giusto per fare un solo caso palermitano, era il fiore all’occhiello del tempo pieno anche a livello nazionale; era anche il tempo in cui gli ispettori scolastici prima, e tecnici dopo (parlo di quelli veri, ovviamente!), giravano per le scuole e programmavano con gli insegnanti; insomma, oltre ai compiti d’istituto, svolgevano quel ruolo di counseling pedagogico sufficiente ad assistere e stimolare un processo innovativo funzionale.
Negli anni successivi la penuria di aule e lo sfascismo politico-gestionale degli enti locali portò non solo alla riduzione/eliminazione del tempo pieno, ma anche alla trasformazione degli spazi destinati a mensa in aule e/o laboratori polifunzionali; in qualche caso furono abolite pure le palestre interne e ridotti gli spazi esterni destinati all’attività motoria per installare ignobili prefabbricati da utilizzare come aule!
Successivamente la sperimentazione sui moduli prima e la legge n.148/90 poi, con correlato aumento delle ore di curricolo ha compromesso definitivamente il tempo pieno a Palermo, ma anche altrove, stante la diffusa percezione tra genitori e docenti (purtroppo!), che il prolungamento dell’orario a 30 ore, generalizzato in tutte le scuole, fosse di per sé sufficientemente disteso ed adeguato alle esigenze formative dei bambini ed a quelle familiari.    
A tanto va aggiunto, senza voler nascondere nulla, che la ventata innovativa è andata scemando progressivamente nel tempo, la cultura del tempo pieno non s’è alimentata con un’adeguata offerta formativa di qualità e le attività didattiche si sono ridotte ad un pessimo doposcuola gestito malissimo da parte di alcuni docenti poco formati al cambiamento/innovazione e percepito ancora peggio da parte dei genitori.
Quanto alle strutture, inoltre, le posso assicurare che in Sicilia sono state sempre carenti, gli spazi destinati allo scodellamento inadeguati e/o inesistenti, ed i refettori sempre multiuso con grande pregiudizio igienico-sanitario. A tutto questo va detto anche che le Asl (allora Uffici di igiene) spesso ci hanno messo la loro, elevando contravvenzioni ai Dirigenti solo perché rilevavano una piastrella staccata sul muro in alto dell’anti-cucina, oppure quando “scoprivano” che le vasche-lavello erano in ceramica porcellanata o che i ripiani dei tavoli di scodellamento erano di marmo invece che in acciaio, e via di seguito.
Eppure le madri, pur se non lavoratrici allora come adesso, i figli al tempo pieno ce li portavano e chiedevano anche la mensa (non c’erano ancora rivendicazioni da “panino libero”) , almeno fino a quando il contributo per la refezione è rimasto equo rispetto a quanto somministrato, purtroppo non sempre di qualità. Questa è la storia di Palermo città, del suo hinterland ed anche della Sicilia!
Relativamente all’organico, certamente implementabile in presenza di tempo pieno e mensa, mi permetto di ricordarle che l’offerta formativa deve essere plurima e ricca di stimoli sempre; ciò vale anche per le classi normali: una condizione che le scuole non possono agire ancora oggi, perché abbiamo un’autonomia scolastica commissariata dal Miur e anche dagli Uffici scolastici regionali che sono costretti a ragionare nel rispetto dei vincoli di organico imposti a tavolino da Viale Trastevere e da Via XX Settembre! Ancora oggi, purtroppo, l’organico si determina facendo i conticini con la calcolatrice sulle teste degli alunni iscritti e frequentanti e non sulle potenzialità/capacità progettuali delle scuole che dovrebbero essere certamente vagliate, ma successivamente soddisfatte pienamente per adempiere a quanto formalizzato nel PTOF.
In conclusione, gentile Direttrice, i vincoli culturali ci sono, i vincoli strutturali ci sono pure, ma ci sta anche una logica al ribasso che tutte le istituzioni appalesano nei confronti della questione scuola nel suo complesso, da anni condannata ad assicurare “il meno peggio possibile” piuttosto che “il massimo raggiungibile” per tutti gli alunni.
Dirà pure che sono nostalgie formative da OPPI di cui, peraltro, mi vanto; ma questa è la mia storia professionale come docente, come dirigente scolastico, come dirigente sindacale a livello provinciale, regionale e nazionale e, soprattutto, come formatore dal 1963 ad oggi, sempre sul campo.
Con stima.
Ninni Bonacasa

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CERIPNEWS // LA  NOTA // XVII // 07-09-2017 / / 06:00 // NODE-2722
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Bonus assunzioni e credito d’imposta

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Poletti: decontribuzione al 50% per 3 anni per chi assume i giovani;
Calenda: credito d’imposta per la formazione
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ROMA - Nell’incontro dei sindacati Cgil, Cisl e Uil con il ministro Giuliano Poletti è emersa l’ipotesi di una decontribuzione del 50% per 3 anni riservata a tutti i neo assunti, un benefit che il giovane mantiene per tutti gli anni in cui resta all’interno della fascia di età, cioè fino a 29 anni.
Respingendo le preoccupazioni sindacali sui licenziamenti di comodo per arraffare i contributi, il Ministro del Lavoro ha assicurato una norma che blocchi i licenziamenti scorretti di questo tipo.
Resta anche in sospeso l’età relativa al beneficio: secondo la Ue non si possono superare i 29 anni, l’Italia invece tende ad alzare l’asticella a 32-35 anni e, in questo senso, sta spingendo la Ue perché autorizzi tale misura.
Per quanto riguarda lo sconto successivo di 3-4 punti sull’aliquota contributiva (dal 33% al 29-30%) per Poletti, resta solo un’ipotesi allo studio e nulla di più.
Dopo il Piano industria 4.0 arriva il Programma lavoro 4.0 varato dal ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, che ipotizza un credito d’imposta per le imprese che formeranno i propri dipendenti all’uso di nuovi macchinari e nuove tecnologie. (c.c.)

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CERIPNEWS // LA NOTA // XVII // 06-09-2017 // 06:00 // NODE-2710
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Fantasie e analisi su scuola e università

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Dare ai prof  la dignità perduta non basta a riqualificare la scuola
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È vero che Michele Ainis nella rubrica di spalla pubblicata in prima pagina de “la Repubblica” di ieri (“Restituite ai professori la dignità perduta”), nel suo argomentare procede per paradossi, però arrivare a falsare la legge mi pare troppo!
Il principio delle bocciature eccezionali nella scuola primaria c’è da tempo e non lo ha affermato la Buona Scuola di Renzi e dei suoi vari Ministri, come pure da sempre occorre la maggioranza del Consiglio di classe per non ammettere alla classe successiva un alunni frequentante la scuola media!
Di conseguenza giova ricordare a Michele Ainis che la legge … si legge, si studia, s’interpreta, ma non si inventa; come pure i decreti attuativi della legge e le circolari connesse!
Però sono d’accordo con lui che bisogna ridare dignità alla funzione docente, che servono meno riforme (direi meglio: riformicchie!) e più quattrini, che non bisogna sbattere la porta in faccia agli studenti, se si vuole una scuola inclusiva, nei fatti e non solo a parole, che sia aperta a tutti come detta la nostra Costituzione.
Quanto poi alle leggi cervellotiche che strangolano l’istruzione, è storia vecchia: da troppo tempo, caro Ainis, il sistema scuola è strangolato da leggi e contro leggi, da provvedimenti abborracciati che creano confusione e che spesso di contraddicono culturalmente, politicamente ed organizzativamente.
Che senso ha infatti, parlare ad un tempo: di sperimentazione del “liceo breve”, dell’elevazione dell’obbligo scolastico a 18 anni, di taglio di un anno della scuola media, senza mettere mano (almeno come ipotesi!) alla riforma dei cicli?
Passiamo alla scartoffie connessi agli adempimenti burocratici, che io ho sempre chiamato “elefantocrazia”: siamo al 2017 e quindi si dovrebbe ritenere l’autonomia scolastica ampiamente compiuta, eppure da quella data ad oggi non ho mai visto tante carte sui tavoli del Ds, dei Dsga e degli AA. Mi aspettavo da Michele Ainis un’analisi attenta su tutto questo e non correlare la folla di carte solo alla documentazione sui vaccini ritenuta “misura dacroniana” senza tenere conto di tanti ammalati e morti proprio perché non vaccinati. Ma questa è solo la mia personale opinione, come Ainis ha la sua.
Relativamente al numero chiuso vigente in tanti atenei statali e sulla richiesta pressante di richiesta di più fondi per assumere nuovi docenti, interviene Angelo Panebianco che, come riporta “Il Foglio” di ieri, definisce un patto scellerato non curarsi affatto della qualità dell’insegnamento occupandosi soltanto di aumentare il numero dei docenti per azzerare il numero chiuso. Gli effetti, secondo Panebianco, potrebbero essere deleteri: si rischia di assumere docenti ignoranti per gonfiare le università ridotte a licei prolungati che forniscono un “pezzo di carta”, e non è la soluzione.
Angelo Panebianco si chiede anche se si davvero inevitabile che la scuola se si allarga perda di qualità e la sua risposta è solare: se si continua col “patto facilista”, certamente; ma la serietà degli studi non contraddice necessariamente l’espansione dell’istruzione universitaria, e sul piatto della bilancia butta di peso la creazione di nuovi atenei (anche non statali!) per creare un mercato competitivo tra docenti e le università.
Secondo una logica ultraliberale ed antisindacale, che non si può condividere, Panebianco propone di dare a questi atenei libertà di assunzione/licenziamento e il diritto di retribuzione in ragione di quanto vale il professore, piuttosto che non in ragione della sua anzianità. Una sorta di curriculum vitae a peso, debbo intuire, dato che non parla di qualità della didattica; anche perché competenza e didattica non sempre vanno d’accordo! E soprattutto questa strategia potrà sollevare le sorti degli atenei italiani che nelle classifiche mondiali più recenti sono al di sotto della 150ma posizione?
Su una cosa siamo d’accordo, bisogna elevare la percentuale di laureati, dato che l’Italia si trova in fondo alla classifica Eurostat (23,3%) insieme alla Romania (23,8%), alla Spagna (33,9%), il Portogallo (26,7%) e Malta. Per non parlare del 26,1% dei maschi tra i 25 ed i 29 anni che hanno neppure il diploma di scuola superiore, contro il 17,5% dell’Europa.
Non stiamo meglio rispetto agli abbandoni: nel 2016 la percentuale di abbandoni prima di giungere alla Maturità è salita al 23,3% tra i giovai (25-29 anni) che avevano al masimo il diploma di terza media. Significativo il fatto che invece di scendere, gli abbandoni salgano dopo oltre 10 anni di calo!
Quanto all’istruzione di I grado in tutta Europa la fascia 25-34 anni che al massimo ha completato la scuola secondaria di I grado è scesa al 16,5%, mentre da noi è tornata a salire, passando dal 25,6% del 2015 al 26,1% del 2016! E così ci piazziamo al quintultimo posto nelle graduatoria europea, davanti a Portogallo, Malta, Spagna e Turchia.
E gli obiettivi di Lisbona 2020? Lasciamo perdere! (ninni bonacasa)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//05-09-2017//06:00/NODE-2602
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Il malessere a scuola dilaga

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I docenti attaccano la Ministra: dichiarazioni inopportune e operazioni di facciata
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È certamente poco felice la frase attribuita alla ministra Valeria Fedeli secondo cui “i docenti vanno stanati”, come le bestie, si direbbe! Come essere umani, come professionisti pur se mal pagati e scarsamente considerati a livello sociale, semmai si può dire che sono trattati come le bestie!
La frase, se vera, detta dalla responsabile di Viale Trastevere che però non ha mai messo piede in una scuola come docente (né potrebbe, peraltro!) e che sconosce le criticità della scuola, ha fatto imbestialire (per restare in tema!) alcuni docenti che hanno espresso le loro doglianze sulla stampa quotidiana [Fonte: “il Quotidiano” del 04-09-2017], precisando alla Ministra la complessità dell’esercizio della funzione docente oggi, e spaziano dal curricolo, alla Buona Scuola, ai Ds e finiscono con l’utenza, genitori in testa, pretendono le massime tutele possibili per i figli e ad un tempo che diventino piccoli geni, anche se tali non sono.
L’attacco alla Ministra, però arriva anche per la sperimentazione del liceo quadriennale, che – sempre sulla stampa quotidiana [Fonte: “il Quotidiano” del 04-09-2017] – viene definita “un’improvvisazione eclatante”, mentre si è d’accordo per una riforma complessiva dell’ordinamento scolastico, con riscrittura dei programmi conseguente ri-qualificazione del personale docente.
Insomma, in conclusione, tutti vogliono la riforma dei cicli scolastici, rivedendone la struttura dalla scuola primaria alle superiori, perché “parlare di riduzione dei licei senza intervenire sui processi formativi e sui contenuti, appare solo un’operazione di facciata”. (La Redazione)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//04-09-2017//06:00/NODE-2597
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Caos Atenei italiani

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Le “ricettine” del duo Fedeli-Lorenzin
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La ministra Valeria Fedeli è a caccia di laureati e al workshop Ambronetti di Cernobio, in piena stagione pre-elettorale, promette soldi ai prof, auspica maggiori investimenti pubblici per gli atenei per superare la logica del numero chiuso, che censura come limite all’implementazione delle lauree.
Quanto alla decisione del Tar Lazio di stoppare il numero chiuso nelle facoltà umanistiche della Statale di Milano (la notizia è stata riportata da questa testata il 2 settembre scorso, leggi:
http://www.ceripnews.it/notizie.htm#node-2576-dalla-scuola-nella-scuola-e-oltre ), si riserva di valutare se è stato l’Ateneo milanese ad interpretare male la legge ed i decreti attuativi (cioè in modo restrittivo, sic!), ovvero se la sentenza – che avrà bisogno di un secondo livello di giudizio da parte del Consiglio di Stato – pongono questioni generali che investono non solo la Statale, ma tutti gli atenei italiani.
La ministra Beatrice Lorenzin, a sua volta, prende atto delle risultanze sullo stato di salute delle scuole di specializzazione medica e si limita a bocciarne il piano senza tenere conto che già qualcuno avanza la preoccupazione che si blocchi tutto per quest’anno, dato che a cardiologia e pediatria - per fare solo due esempi su scala nazionale - è stato respinto l’accreditamento di 135 strutture su 1.433!
A sua volta la ministra Fedeli assicura l’uscita del Regolamento il 6 settembre, a cui seguirà il bando e dopo 60 giorni il concorso, anche questo riformato: si sceglierà la specialità solo dopo aver sostenuto la prova! Speriamo solo che il cronoprogramma per le Scuole non finisca alle ortiche come quello dell’annunciato e mai avviato concorso per Dirigenti scolastici!
Parlare di rifondazione delle scuole di specializzazione e di programmazione del fabbisogno sarebbe una follia! Come per le istituzioni scolastiche, anche per l’università si continua a navigare a vista, mentre il Pd adesso cavalca lo stop all’accesso programmato, incassando il placet dei governatori regionali Enrico Rossi (Toscana) e Luca Zaia (Veneto).
Ad essi replica prontamente, anche se indirettamente, il rettore Gaetano Manfredi, presidente della Conferenza italiana dei rettori (Crui), che, spezzando una lancia in favore del collega della Statale di Milano, afferma che per rompere col numero chiuso occorrono più professori e soprattutto più risorse.
Parlare di elevare le ore di lezione ai docenti in cattedra, che fanno tante altre belle cosette nei tanti giorni e nelle tante ore in cui sono liberi (sic!), come ha deciso unanimemente l’ateneo di Torino su proposta del rettore Gianmaria Ajani, per fare solo un caso, sembra quasi un’assurdità, quasi una bestemmia.
Dopo tutto nel Belpaese si va avanti sempre allo stesso modo. Cioè male, anzi malissimo! (n.b.)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//02-09-2017//06:00/NODE-2577
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Occupazione al top, oltre 23 milioni

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Ma i guai del nostro Paese restano tutti irrisolti!
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ROMA - Gli ultimi dati Istat confermano una certa espansione occupazionale: a luglio gli occupati risultavano 23.063 milioni, ma più di 2 contratti su 3 sono precari (cresciuti nell’ultimo anno i posti a termine dell’11,7%, mentre quelli a t.i. solo dello 0,6%). Resta ancora emergenziale la situazione occupazionale dei giovani. Rispetto a 10 anni addietro, i giovani al lavoro sono oltre 2 milioni in meno, mentre salgono gli over 50 occupati rispetto al 2007.
La Sicilia è in controtendenza rispetto ai dati nazionali: cresce l’occupazione femminile e cala quella maschile! Gli uomini occupati, nel primo trimestre del 2017, risultano 857 mila (-2.000 rispetto allo stesso periodo del 2016); le donne occupate, sempre nel 1° trimestre 2017 risultano essere 500 mila, rispetto alle 484 mila dello stesso trimestre del 2016 ed alle 470 mila del trimestre precedente.
Volendo essere realistici, al di là dei trionfalismi del Governo e di Matteo Renzi, segretario del Pd, che vanta il Jobs Act, si può affermare che il malato è sempre grave, ma forse non sta morendo!
Nessuno, infatti, sta attivando azioni virtuose per superare il gap Nord-Centro e Sud-Isole, laddove l’occupazione è stabile al 47%, cioè al di sotto della Grecia, mentre per il resto del Paese è al 69 per cento. Non lo diciamo noi - sarebbe poca cosa! – ma l’ex direttore del Censis, Giuseppe Roma, che certamente si analisi di dati se ne intende. Inoltre, secondo Roma – intervistato da Gerardo Marrone per il “Giornale di Sicilia di ieri (1° settembre 2017, pag. 15) – bisogna anche saper leggere i report “valutando l’occupazione per fasce d’età, cioè fra 15 e 24 anni e gli anziani, ed è preoccupante che le fasce più produttive e lavorativamente mature, tra i 25 ed i 50 anni, non crescano”.
Rispondendo indirettamente a Renzi ed a tutti i sostenitori sperticati del Jobs Act, l’ex direttore del Censis valuta il JA come “un provvedimento non risolutivo, anche perché permangono tutti i mali che esistevano quando c’era l’articolo 18”; inoltre, secondo Roma “se non si creano più opportunità dio lavoro,più persone lo cercano; non trovandolo escono dallo stato di inoccupati e passano a quello di disoccupati: un dato che, a quanto pare, non è stato messo in evidenza”. (c.c.)   

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//01-09-2017//06:00/NODE-2571
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Buon anno a tutti!

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Tanti auspici per un anno che si annuncia complesso
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Con l’inizio dell’anno scolastico 2017/2018 è doveroso augurare buon anno scolastico a tutti:
- alla Sen. Valeria Fedeli, ministra del Miur, nonostante tutte le promesse non mantenute finora (che fine hanno i concorsi per Ds e Dsga?) e nonostante le iniziative sbagliate che porta avanti con ostinazione (licei quadriennali);
- alla Dott.ssa Maria Luisa Altomonte, Direttore dell’USR Sicilia, che sembra fare sempre più sforzi per mandare avanti la macchina amministrativa, e che farebbe certamente di più, se in piena autonomia potesse superare certi vincoli dell’Amministrazione;
- all’Assessore on. Bruno Marziano, che dirige, ma non governa, l’Assessorato regionale all’Istruzione e alla Formazione professionale della Sicilia, che si dovrebbe trasformare radicalmente, solo che ci fosse volontà politica e capacità decisionale; 
- al Dott. Gianni Silvia, che dirige, con sempre maggiore fatica, il Dipartimento Istruzione della Sicilia che andrebbe rifondato in termini di proposta, servizi ed operatività;
- ai Dirigenti degli Ambiti Territoriali siciliani ed a tutti i Funzionari, costretti a correre alla cavallina, giorno dopo giorno, tentando di rispettare le scadenze ossessive che un’Amministrazione centrale incapace di previsione e programmazione impone loro;
- ai Dirigenti scolastici delle scuole di ogni ordine e grado, che nonostante il PTOF, il RAV, gli obiettivi da raggiungere a fini della valutazione, il mancato contratto, le Rsu, i rapporti sempre più complessi col territorio/istituzioni e gli utenti, le reggenze (prima contestate, poi richieste ed ora accettate), le sofferenze amministrativo-contabili in termini di funzionamento/manutenzione, ecc., continuano ad assicurare il miglior servizio scolastico possibile;
- ai Docenti a tempo indeterminato che operano giornalmente con zelo in tutte le scuole siciliane delle scuole di ogni ordine e grado, nonostante la legge 107/2015 (mobilità, bonus premiale, carta del docente, aggiornamento obbligatorio, ecc.) e le continue riunioni spesso inutili perché non si decide nulla, ma che hanno il privilegio, entrando in aula, di fare vera formazione;
- ai Docenti supplenti in attesa, spesso vana, di un contratto a termine, in attesa di una diversa e migliore graduatoria, in attesa di poter insegnare, guadagnare e soddisfare la loro vocazione professionale, in attesa di un nuovo concorso con tanto di CFU, prove varie, FIT, ecc. per arrivare al posto di ruolo;
- a tutto il Personale ATA che nonostante i tagli sistematici dell’organico, continua ad assicurare i servizi essenziali al funzionamento organizzativo e didattico previsto dalle scuole;
- a tutti gli Alunni ed i loro Genitori, auspicando un anno sereno e produttivo, nonostante le loro aspettative più o meno legittime, nonostante le nuove regole di valutazione, nonostante le provettine Invalsi, nonostante gli esami rinnovati ma non troppo, nonostante tutti gli impedimenti che possono rallentare il regolare andamento del curricolo. (La Redazione)

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