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LA NOTA

  
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01065-rapporto-giovani-2018

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-23/04/2018-06:00
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Rapporto Giovani 2018

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Indagine curata dall’Istituto Toniolo
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È in uscita in tutte le librerie il Rapporto Giovani 2018 (RG2018) curato dall’Istituto Toniolo con il sostegno della Fondazione Cariplo e Intesa Sanpaolo. Dal RG2018 emerge come le nuove generazioni vogliono vagliare criticamente e valorizzare il patrimonio ricevuto ed anche conquistare un ruolo da protagonisti. Ci sono anche elementi di rassegnazione, disillusione e distacco, ma emerge l’energia con la quale il 73,8% degli intervistati ritiene che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona nella società.
Dal RG2018 emerge, inoltre, la visione disomogenea dei giovani nei confronti della politica: solo il 35,1% del totale è vicino ad un partito; il 24,2% non esprimono interesse; il 40,7% sono  disaffezionati, tuttavia il 73,8% si dichiara convinto che sia ancora possibile impegnarsi in prima persona per cercare di far funzionare meglio le cose in Italia.
La vita nella Rete è un altro grande tema indagato dal RG2018: i giovani sono sempre connessi, ma in maniera autonoma e attenta e con una chiara tendenza a rifiutare ogni forma di violenza e di odio. Gli intervistati ritengono che l’odio in Rete sia collegato, in qualche modo, alle tensioni che circolano all’interno della società.
Il Rapporto evidenzia anche che i nostri giovani (40,7%) hanno sì aspirazioni professionali definite, ma non sanno se riusciranno a realizzarle. I nostri giovani indecisi sono in buona compagnia con gli spagnoli (35,3%) ed i francesi (33,6%), molto lontani gli inglesi (16,8%).
Più preoccupante è la situazione dei disorientati, quelli che non hanno alcuna idea rispetto a un possibile percorso professionale o che non ci vogliono nemmeno pensare: gli italiani sono il 26,8%, i francesi il 25,4% e i britannici il 23,4 per cento.

PER LEGGERE IL RAPPORTO: 2018-04-23-rapporto-giovani

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01045-bulli-da-bocciare-o-educare

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-21/04/2018-06:00
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Bulli da bocciare o da educare?

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Perché non mi convince la dichiarazione della ministra uscente, Valeria Fedeli, nella quale si liquida la partita con una battuta categorica, quanto discutibile
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Dopo il caso del prof minacciato e umiliato in classe da un alunno, mentre altri tre riprendevano la scena (sic!) tempestivamente finita su social, la pietosa vicenda della ragazza di San Donato che è si gettata dalla finestra della scuola perché era finita nell’inferno delle baby-bulle (sic, sic!) di abbiamo dato ampio resoconto ieri (leggi: http://www.ceripnews.it/notizie.htm#01037-studenti-bulli ), compreso l’inserto pubblicato su: "Bufera social: under 15 e Facebook post liberi solo con l’ok dei genitori", la cronaca riporta anche il caso di un’insegnante campana che per sedare una lite tra compagne in classe ha rischiato grosso perché un’alunna ha lanciato contro di lei banco e sedia, tra bestemmie e parolacce!
Mi chiedo, a questo punto, se sospendere o bocciare abbia senso, ed ecco perché non mi convince la dichiarazione della ministra uscente, Valeria Fedeli, nella quale si liquida la partita con una battuta categorica quanto discutibile: “I responsabili non vanno ammessi agli esami!” riscuotendo il consenso di autorevoli esponenti di Anp, come si è tutto si potesse risolgere “con una linea rigorosa nelle sanzioni”.
Ma si risolve così il problema di una poco sana relazione educativa? Personalmente la penso diversamente!
Poter fare tutto quello che si vuole a scuola non paga e va sanzionato, certamente, ma bisogna innanzi tutto:
- bisogna capovolgere, come un calzino, quella cultura permissiva e narcisistica che, a partire dalla famiglia, spinge a dare sempre ragione ai giovani anche quando hanno torto, forse per timore del peggio o forse per convenienza, che però alimenta quel senso di onnipotenza spesso alimentato ancora di più da smartphone e Rete, che dovrebbe stimolare verso il bene e che spesso indirizza verso il male;
- occorre definire un Codice etico di disciplina che sia chiaro e uguale per tutti;
- bisogna cercare di contenere la diffusione dei social senza lasciar correre, magari con la scusa di evitare guai peggiori (sic!);
- occorre rifondare, in chiave pedagogica, il rispetto dell’istituzione scuola e dei suoi operatori (Ds, docenti personale Ata) a livello di famiglia, territorio e società. Insomma, bisogna ricomporre la frattura esistente tra giovani, famiglie e insegnanti. I bulli si arginano solo mettendo in pratica nuovi metodi d’insegnamento tali da rispondere ai diversi e mutevoli bisogni degli alunni, superando la lezione frontale, la cattedra, il registro e la lavagna, ma soprattutto costruire una nuova gestione della classe con adozione di modelli efficaci a prevenire comportamenti inopportuni;
- occorre dare garanzie a tutto il personale della scuola anche in termini salariali. In questi anni lo Stato si è permesso di trasformare i docenti nella categoria di laureati peggio pagata; ma anche i Ds non stanno meglio! Quello che sarà corrisposto al personale della scuola sono bruscolini! Un solo esempio per tutti: in nome dell’austerità di bilancio - che però ha salvato molte spese inutili – si è lasciato invecchiare e deperire il corpo docente (in Germania a fine carriera un professore della scuola secondaria guadagna 74.538 euro, in Italia 39.304); quanto al corpo dirigente, i 7mila presidi in servizio attendono il rinnovo del contratto e gli adeguamenti stipendiali previsti dalla legge di bilancio: 350 euro mensili da qui al 2020.  Come scriviamo in altra  pagina, l'Atto di indirizzo integrativo che dovrebbe dare il via al negoziato per l'integrazione economica dei dirigenti scolastici è ancora fermo al Mef e non è detto che tale lunga giacenza non sia per effetto della mancanza di un Esecutivo con pieni poteri! In ballo ci sono le risorse stanziate dalla scorsa legge di Bilancio per armonizzare progressivamente la retribuzione di posizione di parte fissa a quella prevista per le altre figure dirigenziali del comparto Istruzione e Ricerca, circa 37 milioni di euro per il 2018, 41 milioni per il 2019 e 96 milioni per il 2020 che toccherà alla contrattazione collettiva distribuire insieme alla dote prevista a suo tempo dalla Buona Scuola: 46 milioni per il 2016 e 14 milioni per il 2017 da corrispondere a titolo di retribuzione di risultato una tantum.
Quanto poi a certi casi di bullismo, ovvero a situazioni di pseudo-bullismo, che è sempre esistito, bisogna fare chiarezza. I casi in esame, ancorché isolati, più che essere etichettati come bullismo vanno definitivi come soprusi esercitati da giovani tra pari e contro gli adulti, in un inedito ribaltamento dei ruoli dato che è destituita la legittimità dei padri, delle madri ed anche della scuola, e se quest’ultima non recupera l’autorità necessaria, non se ne esce più! (ninni bonacasa)

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01036-lingua-controversa

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-20/04/2018-06:00
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La lingua controversa

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Polemica a distanza tra la ministra Fedeli e l’Accademia della Crusca
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L'Accademia della Crusca, come riporta R.it Scuola, ha strigliato il Miur sul Sillabo programmatico, pubblicato a marzo e dedicato alla promozione dell'imprenditorialità nelle scuole statali secondarie di secondo grado per l’eccessivo anglicismo nella nostra lingua. Secondo la Crusca “il documento testimonia l'abbandono dell'italiano, da parte del Miur, in favore di un sovrabbondante e non di rado inutile ricorso all'inglese”.
Ma ministra Fedeli però non ci sta e sottolinea che nel Sillabo "la presenza di alcuni termini inglesi, all'interno di un documento di 11 pagine e composto da 3.124 parole, difficilmente potrebbe sorreggere un intero modello linguistico-concettuale" e ribadisce come "l'utilizzo di termini stranieri si rivela funzionalmente necessario quando il prestito consente una funzione designativa del tutto inequivoca, specie se si accompagna all'introduzione di nuove cose, nuovi concetti e delle relative parole".
Il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, ha definito la reazione della Ministra “spropositata”, nemmeno avesse scritto lei il Sillabo! D’accordo che ci sono parole che non possono essere tradotte (p.e.: mouse o wireless) ma banalità come vision, mission, team building, pitch day e design thinking si potevano evitare!
Per la Ministra, invece, il Sillabo, irto di parole inglesi, dovrebbe dare robustezza e compiutezza di concetti nuovi ma poco definiti nella nostra lingua. Insomma per la Ministra Valeria Fedeli e il suo staff, una lingua sostanzialmente povera di parole, come è l’inglese, dovrebbe “sorreggere” la ricchissima lingua italiana che solo chi non la conosce, non sa usare appropriatamente! (n.b.)

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Il quotidiano La Repubblica di ieri, che riporta la polemica Marazzini-Fedeli (pag. 21), pubblica anche la guida all’inglese superfluo: 2018-04-20-guida-inglese-superfluo 

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-19/04/2018-06:00
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Dibattito sull’anticipo dell’obbligo

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Ma la situazione francese non è quella italiana!
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Da quando il presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron e il ministro dell'Istruzione JeanMichel Blanquer, hanno annunciato agli esperti dell'infanzia riuniti a Parigi per le Assises de la maternelle, l'età dell'obbligo scenderà dai 6 ai 3 anni, se ne parla anche in Italia, ma non da parte dei politici nostrani, oggi tutti impegnati a dare un governo al Paese e, quindi, trovare una comoda poltrona per loro.
In Francia la quasi totalità dei bambini frequenta la scuola materna fin dai tre anni e quindi l'annuncio è apparso a qualcuno soltanto «simbolico» e senza ricadute pratiche, se non secondarie, in Italia, invece, dove non tutti i bambini accedono alla scuola dell’infanzia pubblica statale dai 3 anni, anzi, in certe realtà è una fortuna assicurare loro appena l’ultimo anno di scolarità nella del’ingresso alla scuola primaria, il principio, esternato da Macron e dal suo ministro, è di notevole importanza perché si afferma che la scuola dell’infanzia, in quanto “momento fondante del percorso scolastico, deve essere per tutti”!
E in Italia? Ridurre l'obbligo d'istruzione rimodulando i curricoli scolastici è un tema nostrano ricorrente già dagli Anni '90, da quando il  ministro Luigi Berlinguer tentò di anticipare l'accesso alla scuola primaria (elementare, allora!) al compimento del 5° anno di età, anticipando anche l'ingresso alla scuola dell’infanzia (materna, allora!). La fine della legislatura, però, fece venire meno ogni ipotesi di cambiamento.
Nel corso dell'ultima riforma (Legge 107/2015) si è parlato di rendere obbligatorio l'ultimo anno della scuola dell'infanzia, ma i decreti attuativi della legge della Buona Scuola si sono limitati a varare il Sistema integrato di educazione e di istruzione 0-6 anni nel tentativo solamente teorico di rendere organico il mondo nido-infanzia con aggancio a quello della primaria.
Applicare una misura come quella francese sarebbe utile, oltre che auspicabile, a condizione che il prossimo governo decida di occuparsi seriamente di scuola come sistema di istruzione e formazione, impegnandosi a rimodulare tutto il curricolo scolastico, proprio a partire dalla scuola dell’infanzia, piuttosto che assecondare le velleità del liceo breve in chiave pseudo-sperimentale come fortemente voluto dal trittico Renzi-Giannini-.Fedeli e che ha determinato solo l’amputazione dell’ultimo anno dei licei a curricolo immutato!
Parlare di anticipo della scolarità non significa insegnare a leggere e a scrivere a 3, 4 o 5 anni, piuttosto preparare i bambini a essere in grado di gestire gli apprendimenti, attraverso attività specifiche: psicomotricità, socializzazione, creatività, educazione musicale, educazione allo sport e alla motricità, ecc.; significa anche mettere in discussione le Indicazioni vigenti dando spazio alle attività (e no lezioni!) non strutturate che sviluppino la creatività.
A differenza della Francia, in Italia l’abbondanza degli scuole dell’infanzia private e in parte paritarie, esige anche un ripensamento di tutto il sistema educativo-formativo pubblico, statale e non statale con l’obiettivo di assolvere essenzialmente al ruolo educativo della scuola che diventa sinergico a quello, principale della famiglia. Ovviamente l'obbligatorietà potrà funzionare solo a patto che lo Stato contribuisca seriamente con la legge sulla parità scolastica soprattutto adesso, alla luce del Rapporto della Fondazione Agnelli (leggi nostri articoli: http://www.ceripnews.it/la_nota.htm#0947-crisi-scuola  - http://www.ceripnews.it/la_nota.htm#0958-tra-crisi-e-opportunita) che prevede per i prossimi dieci anni il crollo demografico che  imporrà il taglio di 55mila insegnanti in Italia.

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0989-cieco-cacciato-da-liceo

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-18/04/2018-06:00
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Un cieco cacciato dal liceo

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La denuncia di un 34enne di Alghero che non ha potuto entrare a scuola con il suo cane-guida
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Pasta, un labrador dolcissimo, è un cane-guida per ciechi che accompagna sempre un 34enne che ha perso la vista da bambino, insomma sono i suoi occhi! Eppure al giovane è stata vietata la permanenza in un liceo scientifico di Alghero presso cui chiedeva informazioni su un corso di informatica per disabili.
Il cane, e quindi il giovane, sono stati respinti dal vice-preside perché “i peli del cane possono arrecare allergie agli studenti” ed inoltre perché “il regolamento comunale di Alghero che vieta l’ingresso di cani e gatti negli istituti scolastici”.
Certamente sì, ma non per i cani-guida che accompagnano i non vedenti!
Insomma, i cani che accompagnano i ciechi possono entrare ovunque, dalle banche ai ristoranti, sui mezzi pubblici, sui treni, sugli aerei, negli ospedali di promuove la pet therapy per alleviare le cure e rendere la degenza dei pazienti un po' meno dolorosa, ma a Pasta ed al suo padrone è stata negata ogni solidarietà.
Il centralinista della scuola, anch’egli non vedente e presidente della sezione di Sassari dell'Unione italiana ciechi, ha scritto al Provveditorato agli studi, al ministro dell'Istruzione e alla Presidenza della Regione per denunciare l’accaduto, che, stando così le cose, è una poco bella pagina di intolleranza. (n.b.)

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-17/04/2018-06:00
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Protesta nei Licei Musicali per la riduzione dell’offerta formativa

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Una decisione assurda e incomprensibile adottata dalla ministra Fedeli ancora in carica!
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Anche per il prossimo anno scolastico il Miur ha confermato la decisione, già assunta nell’anno scolastico 2017/2018, di modificare, mediante atti amministrativi, il piano orario e l’ordinamento del Liceo Musicale previsto dal DPR 89/10, istituendo nel primo biennio l’attività di ascolto partecipativo  a scapito di un’ora di lezione frontale del primo strumento.
Si tratta di una decisione incomprensibile adottata dalla ministra Fedeli, ancora in carica, che non solo depaupera l’offerta formativa erogata agli studenti, ma riduce le cattedre dei docenti di strumento musicale. Anche questa operazione di basso profilo è frutto della cosiddetta Buona Scuola di Renzi, Giannini e Fedeli! (n.b.)

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0958-tra-crisi-e-opportunita

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-16/04/2018-06:00
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Tra crisi e opportunità

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In un mondo in cui la Politica si occupasse veramente del futuro del Paese ci si metterebbe intorno a un tavolo per definire strategie di sistema: una di esse è quella di trasformare la situazione di criticità in opportunità / Calo demografico: sindacati poco interessati, almeno per ora / Ecco cosa è detto, in merito, la Ministra

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Dario Braga, Direttore dell’Institute of Advanced Studies Alma Mater Studiorum University of Bologna, interviene sul quotidiano Il Sole 24 Ore di sabato sul Rapporto della Fondazione Agnelli che segna la drastica diminuzione della popolazione scolastica diminuirà nei prossimi anni e, quindi, il nostro Paese avrà meno giovani, meno studenti, meno diplomati e meno forze intellettuali fresche!
Sforzandoci di sintetizzare il pensiero di Dario Braga, ecco alcune soluzioni:
1) supportare la maternità, che non si risolve solo negli incentivi finanziari, più o meno una tantum, ma che richiede una diversa struttura del lavoro femminile e una ben diversa organizzazione scolastica, a cominciare dagli asili per arrivare alle scuole medie; si pensi solo al tempo pieno, praticato da noi in maniera disomogenea;
2) studiare la ricaduta del ridotto fabbisogno di insegnanti nei diversi ordini scolastici.

In un mondo in cui la Politica si occupasse veramente del futuro del Paese e non del fabbisogno immediato di posizioni di potere (o del mantenimento di promesse elettorali insostenibili) – osserva categoricamente il Direttore Braga - ci si metterebbe intorno a un tavolo per definire strategie di sistema ed una di esse è certamente quella di trasformare questa situazione di potenziale crisi in opportunità, anche alla luce dell’altro dato inquietante, e sempre presente, del basso numero di laureati nel nostro Paese.
 

Calo demografico: sindacati poco interessati, almeno per ora
Il vicedirettore della testata online La Tecnica della Scuola, Reginaldo Palermo, osserva che il tema del calo demografico e delle sue conseguenze sul sistema scolastico nazionale sembra interessi poco, anzi nulla, le organizzazioni sindacali e scrive. «Provate a fare una ricerca con le parole chiave “calo demografico sindacati” e non troverete praticamente niente. O meglio troverete qualche link (neppure molti, per la verità) ad articoli giornalistici richiamati nelle rassegne stampa dei siti sindacali. Niente di più».
Sembra quasi che la prospettiva di un ridimensionamento epocale del sistema scolastico (un milione di alunni in meno nei prossimi 10 anni) sia una variabile del tutto ininfluente e che non vale la pena prendere in considerazione.
«Al contrario, scrive Reginaldo Palermo, a noi sembra che quello del calo demografico sia “il” problema principale che la scuola italiana dovrà affrontare nei prossimi, molto più importante – ci sia consentita una osservazione forse impopolare – del bonus premiale e della carta del docente che sono stati invece al centro del dibattito politico e sindacale degli ultimi mesi».


C’è poi il problema di quanti entrano oggi, o entreranno nei percorsi universitari: molti di loro saranno i docenti del prossimo decennio e in un quadro di decrescita, come indicato dalla Fondazione Agnelli, bisogna fare una seria riflessione sul rapporto tra lauree e sbocchi professionali attraverso un piano dei fabbisogni di docenza dei prossimi anni costruito sulla base dei trend di trasformazione della popolazione studentesca da indicare alle Università – come viene fatto per altri corsi di studio – per programmare il numero di laureati da avviare alla docenza nei vari gradi scolastici.

Ovviamente non ci si può fermare solo a questo, conclude Dario Braga, occorre anche il coordinamento delle sedi universitarie, l’ammodernamento e il potenziamento dei laboratori scientifici puntando anche ad aumentare il numero di studenti che si dirigerà verso indirizzi di studio scientifici e tecnologici, dove è più marcato il differenziale rispetto ai Paesi europei in termini di numeri di laureati.
Inoltre, agendo sui tempi di presenza a scuola si potrà mantenere alto il fabbisogno di docenti, diminuire le situazioni di affollamento, aumentare il numero di studenti che prosegue con successo, ridurre l’impatto della tempistica media scolastica di oggi sulla organizzazione delle famiglie.
Non basta, ovviamente, ma i dati della Fondazione Agnelli devono spingere a “produrre politica” – non slogan – né misure una tantum.
Fin qui l'intervento del Direttore Braga, a cui ha risposto tempestivamente la ministra Valeri Fedeli ancora in carica, dichiarando alla stampa:
«Se si vuole affrontare in modo efficace il valore cruciale per il Paese dell’istruzione, tema fondamentale per il futuro delle nuove generazioni, bisogna sempre avere una visione strategica. Lavorare e investire costantemente per l’inclusione e per l’innalzamento della qualità del sistema, partendo da ciò che già abbiamo oggi, in un’ottica di costante miglioramento. Se entro i prossimi dieci anni ci saranno un milione di studentesse e studenti in meno [Rif.to: Studio pubblicato dalla Fondazione Agnelli “Scuola, orizzonte 2028”], non possiamo non essere preoccupati per il calo demografico che si sta verificando nel nostro Paese, con un conseguente progressivo invecchiamento della popolazione e dobbiamo da subito avere, per il settore Istruzione, uno sguardo lungo, riflettere nella cornice di un piano strategico, funzionale a una sempre maggiore qualità della formazione delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi e del sistema educativo». (La Redazione)

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0947-crisi-scuola

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-14/04/2018-06:00
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La crisi della scuola

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Un milione di alunni in meno nei prossimi 10 anni; 55mila cattedre a rischio;
il calo maggiore nelle regioni del Centro-Sud
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Secondo un'elaborazione della Fondazione Agnelli, nel 2028 i ragazzi in età scolare, compresi tra i 3 e i 18 anni, diminuiranno dai 9 milioni attuali ad 8 milioni. Il calo maggiore sarà nelle regioni del Sud, che perderanno il 17% degli alunni, e la presumibile scomparsa di 55 mila cattedre.
Un milione di studenti in meno sarebbe dovuto al calo demografico conseguente al diminuito numero di madri potenziali che, dal 2007 al 2017, è sceso del 10%, la propensione delle donne ad avere pochi figli, spesso uno solo, visto che in 10 anni il tasso di fecondità è sceso del 6% e la riduzione dei flussi migratori internazionali, con un saldo migratorio con l'estero sceso dal 7,5% del 2007 al 3% del 2017.
Secondo l’elaborazione della Fondazione Agnelli nel dettaglio la situazione saranno la seguente: 6.343 sezioni in meno necessarie nella scuola dell'infanzia,17.956 classi in meno nella scuola primaria, 9.420 classi in meno alle medie e 3.002 classi in meno nelle scuole superiori.
Il calo investe l'Italia intera, da Nord a Sud, nella stessa maniera ma con differenze importanti da regione a regione.
Per quanto riguarda la scuola dell’infanzia il calo maggiore si registrerà al Sud con i117% di iscritti in meno, a seguire Nord e Centro a pari misura con un 14% di bambini in meno: la Sardegna perderà il 20% di iscritti, la Campania il 15%, l'Umbria il 13% mentre regioni come Lombardia, Liguria e Valle d'Aosta perderanno l'8%, Piemonte e Veneto 1'11%. Controcorrente va il Trentino Alto Adige dove crescono adesso e cresceranno in seguito alunni e numero di sezioni di scuola dell’infanzia. Sono gli unici segni «più» in un mare di «meno».
Il fenomeno è costante anche alla scuola primaria dove mancherà il 19% di ragazzi al Sud, il 16% al Nord e il 14% nelle regioni del Centro. Alle scuole medie il divario si allarga tra il calo del 19% al Sud e il calo del 10% e del 9% rispettivamente al Nord e al Centro. Per quanto riguarda le scuole superiori, la differenza è ancora più accentuata visto che a fronte della diminuzione di studenti del Sud pari al 13% ci sarà un aumento del 4% al Nord e del 6% al Centro.

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-13/04/2018-06:00
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Il diritto negato alla disconnessione

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Storie strane di pseudo-potere dirigenziale! / Tutti intossicati dal web
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Una docente siracusana ha ricevuto una contestazione, con relativa diffida, da parte del Dirigente scolastico, per avere fatto, secondo il Ds, un uso improprio di Whatsapp nel gruppo della scuola in quanto avrebbe fatto “argomentazioni improprie che coinvolgono il Dirigente Scolastico nell’espletamento delle sue funzioni”.
Nel caso di specie il Ds contesta un passaggio della chat, in cui la docente, rivolgendosi ad un’altra persona del gruppo che lamentava chiamate telefoniche del Ds anche di domenica e scriveva: “… non dovresti permettere a nessuno di disturbarti di domenica, la prossima volta non rispondere, c’è un limite a tutto”.
La testata online La Tecnica della Scuola - https://www.tecnicadellascuola.it/il-ds-diffida-la-docente-a-scrivere-messaggi-pubblici-impropri - che riporta il fatto con commento, ricorda che esiste il diritto alla disconnessione come previsto nell’art.22 dell’ormai prossimo CCNL Scuola 2016/2018, che si riferisce ai “Livelli, soggetti e materie di relazioni sindacali per la Sezione Scuola”, che introduce proprio il diritto dei dipendenti della scuola alla disconnessione e ricorda che «a livello di contrattazione integrativa delle scuole, ovvero al comma 4 lettera c) dell’art.22 dell’ipotesi di CCNL Scuola, al punto c.8 è così scritto: “i criteri generali per l’utilizzo di strumentazioni tecnologiche di lavoro in orario diverso da quello di servizio, al fine di una maggiore conciliazione tra vita lavorativa e vita familiare (diritto alla disconnessione)”».
Vero è che il CCNL non è stato ancora sottoscritto, ma da parte del Ds non ci vuole molto a capire che non si tratta di “lesa maestà”, piuttosto riconoscere – se i fatti dovessero risultare quelli reciprocamente denunciati – che il “potere” dirigenziale non si estende fino a rompere le scatole ai professori anche di domenica, tranne che eventi davvero eccezionali, urgenti ed assolutamente  inderogabili. Ma questo forse il Ds non lo capirà neppure leggendo il CCNL Scuola quando sarà pienamente vigente!
In ogni caso sarebbe bene che tutti ci disintossicassimo dal web senza eccessive dosi di ipocrisia di chi dice che lo usa solo per necessità/lavoro e chi afferma che l’usa con moderazione! La verità vera è che tutti abusano: messaggi commerciali delle ditte/azienda, comunicazioni del datore di lavoro, chat di gruppo di lavoro e di scuola, fino a deprecabili giochi in Internet! 
“Navigare” sembra prioritario per tutti: bambini, ragazzini, adulti e vecchi, a prescindere dal pericolo dell’intossicazione da connessione. (n.b.)

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0927-rigurgiti-autonomistici-al-sud

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-12/04/2018-06:00
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Rigurgiti autonomistici anche al Sud

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La campagna, partita da Napoli, con la presentazione del Comitato referendario, prevede
la raccolta di 500mila firme, entro l’estate, necessarie per poter indire la consultazione
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Un referendum per istituire la macro regione autonoma del Sud, sulla falsariga di quanto già accaduto in Lombardia e in Veneto è il tema di una campagna, partita da Napoli, con la presentazione del Comitato referendario, che prevede la raccolta di 500mila firme, entro l’estate, necessarie per poter indire la consultazione.
L'ambizione maggiore sembrerebbe quella di costituire un'Agenzia per gli investimenti nel Sud, “una zona economica speciale per tutto il Meridione, con i relativi benefici fiscali volti ad attrarre investimenti, e avviare una rinegoziazione dello status complessivo del Sud Italia in seno alla Ue nell'ambito della programmazione dei prossimi fondi europei”, ma sono scontati anche i risvolti politici di pura ispirazione leghista-separatista, pardon autonomistica.
E vai, e ancora Salvini non è né premier, né al governo del Paese; se poi dovesse accadere, sarà anche peggio! (n.b.)

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0917-sagra-imbecillita

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CERIPNEWS LA NOTA XVIII-11/04/2018-06:00
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La sagra delle imbecillità

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A chi giova tanto pressapochismo al MIUR?

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Prima il provvedimento contestato da tutti in cui il MIUR disponeva che i Ds titolari in un IC o SMS non potevano chiedere di far parte delle commissioni degli esami di Stato del II ciclo, poi la modifica, a seguito delle pressioni sindacali, in cui si affermava che anche i Ds del I ciclo possono candidarsi alla presidenza delle commissioni per gli esami di Stato del II ciclo, però con tanti cavilli e paletti ad hoc per impedire di fatto la nomina dei dirigenti del I ciclo alla presidenza delle commissioni d'esame, come hanno prontamente denunciato Flc-Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola ed Anp.
Insomma, l'apertura del Miur si è limitata alla sola facoltà di far presentare loro l'istanza! Quasi una beffa, dato che fra i vincoli si legge che il Ds deve individuare il suo sostituto tra i docenti di scuola secondaria che abbiano già svolto la funzione di presidente di commissione per l'esame di Stato del I ciclo e soprattutto che non siano impegnati negli esami. Una limitazione incomprensibile e non prevista neppure nel caso di docenti di scuola secondaria individuati come presidenti negli esami nel II ciclo.
Si tratta di una pretesa dell’Amministrazione che è in contrasto con il D. Lgs n. 62/2017 secondo cui compete esclusivamente al preside la scelta del docente a cui delegare la funzione di presidente.
Ma le “perle” non finiscono qui. Che senso ha l’obbligo dell’abilitazione imposto dalla norma, in presenza di ruolo unico dei Ds, molti dei quali ora transitati al superiore provengono dalla scuola primaria dove l’abilitazione non era prevista? E poi quale abilitazione? Una qualsiasi, ovviamente, anche perché un presidente in forza del suo titolo, non è certo tuttologo! E poi il presidente in qualità di rappresentante dello Stato agli esami, che importanza abbia che sia abilitato o meno?
A tutto ciò va aggiunta la “perla” finale. Il Ds proveniente da IC o SMS non abilitato potrebbe essere escluso dalla presidenza degli esami di Stato del II ciclo, il Ds non abilitato proveniente dalla SMS, da un IC o Circolo didattico  ed ora in una scuola superiore (che ne sono tantissimi!) per il solo fatto che è in servizio nel secondo grado, per diritto di titolarità è legittimato a presiedere gli esami. Gli altri a quanto pare no, o forse!
Viene da chiedersi a chi giova tutto quello pressapochismo al MIUR?
Ci sono dirigenti e funzionari pagati per lavorare o solo per far fare brutte figure a tutta l’Amministrazione? Il sospetto nasce davvero, ed a pensar male (come diceva il buon Andreotti) si azzecca sempre! (n.b.)

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0907-italiani-senza-laurea

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-10/04/2018-06:00
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Italiani senza laurea, record negativo /
Abbandoni e Neet, oltre la media europea

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In Europa siamo al penultimo posto: solo una persona su sei vanta la formazione accademica; peggio di noi solo i rumeni / Rapporto Toniolo: Neet: 26% della popolazione; abbandoni: 13,8%

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Secondo i dati provvisori Eurostat 2017 sui livelli di istruzione, solo una persona su sei in età di lavoro, ha la laurea. Un dato, anche se in aumento, è molto distante dalla media europea (27,7%) la cui crescita dal 2008 è stata di 5,2 punti contro i 2,4 punti dell’Italia. Peggio di noi ci sono solo i rumeni!
Inoltre l’Italia ha un’altissima percentuale di persone che hanno raggiunto al massimo la licenza media: 41,1% tra coloro che hanno tra i 15 e i 64 anni, contro il 26,2% in Europa.
Anche la percentuale delle persone che non ha frequentato o non ha finito la scuola superiore è molto alta: il 25,6% contro il 16,4% come media europea.
La situazione generazionale diversa ancora molto pesante alla luce dell’edizione 2018 del Rapporto dell’Istituto Toniolo rileva che sono troppi gli under 35 italiani nella condizione di Neet [Not (engaged) in education, employment or training]: si tratta del 26% della popolazione tra i 15 e i 34 anni, rispetto a una media Ue del 15,6%. Senza contare che gli abbandoni scolastici (nella fascia di età tra i 18 e i 24 anni) è del 13,8% rispetto alla media europea del 10,7 per cento.
I futuri governo del Paese, hanno la consapevolezza della gravità della situazione? Sapranno investire su istruzione e occupazione? Sapranno qualificare la scuola?
Vorremmo delle risposte, ma per adesso, al di là delle “sparate” in campagna elettorale, di scuola-istruzione-formazione non parla più nessuno. Era scontato, dopo tutto!
Intervenendo all’assemblea della Flc Cgil, intitolata ‘La scuola che verrà’ la segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, ha indicato alcune priorità per la scuola: coinvolgimento/valorizzazione del personale docente e Ata nei processi innovativi, generalizzazione della scuola dell’infanzia, obbligo scolastico e gratuità della scuola fino a 18 anni, ridefinizione dell’Alternanza Scuola-Lavoro, ed ha chiesto “una discussione generale nel Paese “giocando d’anticipo perché aspettare che siano gli altri a muoversi potrebbe essere, di questi tempi, pericoloso. E gli “altri”, è chiaro sono le nuove forze politiche (n.b.)

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0899-choc-usa-docenti-sciopero

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CERIPNEWS LA NOTA XVIII-09/04/2018-06:00
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Choc in Usa per i docenti in sciopero

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Una spia del disagio generale verso un sistema scolastico lontano dal “sogno americano”!
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L’opinione pubblica americana è rimasta molto disorientata per lo sciopero massiccio dei docenti, oltre 60mila, che in più Stati hanno incrociato le braccia per più giorni (in West Virginia 9 giorni continuativi) lamentando stipendi da fame, quando non difficoltà a sopravvivere per l’elevato costo della vita!
La media nazionale dei salari, peraltro fasulla dato ch in ogni Stato la competenza è locale non federale (sic!), dice che un insegnante di scuola elementare guadagna 59mila dollari lordi l’anno (€ 52.846,30), nelle medie e licei i docenti arrivano a 61mila lordi (€ 54.637,70), dai quali bisogna togliere le tasse e già qui il calcolo si complica perché la pressione fiscale varia da Stato a Stato.
La provincia che paga meno della media nazionale è l’Oklahoma: tra 41 e 42mila lordi annui (€ 33.365,80 / 34.179,60); a seguito dello sciopero ai sindacati è stato proposto un aumento del 10% , che però è stato rifiutato.
L’ampiezza delle agitazioni non ha precedenti almeno da un trentennio, ma il sistema pubblico-privato, così che è strutturato in Usa, determina situazioni salariali incredibilmente diverse. Per dirla tutta: le scuole pubbliche, su cui ogni Stato investe poco, hanno una forte percentuale di minoranza etniche; le iper-scuole per ricchi, ovviamente, sono tutte frequentate da bianchi, come buona pace delle riforme dei diritti civili che compiono mezzo secolo. Inoltre, va detto senza mezzi termini che gli scioperi degli insegnanti in Usa sono la spia di un disagio generale verso un sistema scolastico a due velocità, molto lontano dall’ideale American Dream, il famoso “sogno americano”.
In Italia, quando va bene, si riesce a fare appena una giornata di sciopero a cui non partecipano tutti, tanto poi gli aumenti – sempre pochi, per la verità – se li beccano tutti. L’ultimo contratto è un esempio!

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0889-scuola-scomparsa

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-07/04/2018-06:00
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La Scuola è scomparsa!

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I partiti e i probabili leader del nuovo governo, non ne parlano più!
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Tra discorsi di maniera e toni melliflui adottati dalle varie forze politiche che sono salite al Colle, la sintesi è una sola: nessuno ha portato al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, una soluzione convincente utile alla formazione del primo governo della nuova legislatura, che dovrebbe passare per governo di svolta.
Al di là delle rispettive posizioni politiche e dello spezzatino di coalizione (con separate presenze al Colle!), appare chiaro che il nuovo governo non arriverà presto e tutti – guarda caso! - non parlano più di scuola, dato che per adesso si preoccupano delle poltrone (pardon=programmi!), sempre “in nome del popolo italiano”, quel “popolo” che però, con il suo voto, non ha dato la maggioranza per governare a nessuno! E questo dato è l’unico certo, e lo hanno capito tutti!
Dopo averne parlato per mesi, da qualche giorno il mondo della Scuola non è più sulla bocca dei leader politici, e viene, quindi, da chiedersi perché mai, mentre si continua a parlare di riforma-non-riforma della Fornero senza dire nulla sulla palata di milioni di euro che occorrono e dove si troveranno; si parla del lavoro che non c’è e che non si crea dal nulla senza la defiscalizzazione degli oneri (una manovra che esige un’altra palata di milioni di euro!) e di riforma fiscale a gogò, ma anche in questo caso senza quantificare i costi e senza dire che comunque una gran parte del “popolo italiano” già le tasse non le paga, come s’è accertato con numeri alla mano, nel corso della trasmissione Otto e Mezzo, condotta da Lilli Gruber, che è andata in onda giovedì sera su La7!    
Fatto sta che dell’istruzione pubblica, che durante la campagna elettorale tutti i partiti, o quasi, avevano messo in cima all’agenda dei punti da affrontare, non c’è traccia. Sfrontata dimenticanza o consapevolezza che prima vengono le altre cose? E come sempre il mondo della scuola resta legato al palo con tutti i suoi problemi, mentre gli addetti, col cerino acceso in mano, rischiano seriamente di bruciarsi le dita ancora una volta! (n.b.)

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0875-a-scuola-piu-tardi

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CERIPNEWS LA NOTA XVIII-06/04/2018-06:00
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A scuola più tardi per migliorare il rendimento

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Clamoroso risultato di una ricerca americana; studi anche in Italia, all’Università di Ferrara
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Entrare a scuola più tardi migliora il rendimento,  parola di scienziati. Posticipare l’orario delle lezioni – cominciandole mai prima delle 08:30, meglio alle 09:00 – ha conseguenze positive sulle prestazioni degli studenti, in particolare dei cosiddetti «gufi», i nottambuli che la mattina faticano a ingranare. Il jet lag sociale condiziona le capacità cognitive e la scuola dovrebbe tenerne conto!

Il quotidiano La Stampa, riporta una ricerca americana condotta su oltre 15mila studenti della Northeastern Illinois University di Chicago, appena pubblicata su «Scientific Reports», che è il più ampio studio mai realizzato sull’impatto dei ritmi circadiani su apprendimento e rendimento scolastico.
Gli autori hanno suddiviso i soggetti in tre gruppi sulla base del cronotipo: gufi setorini, allodole mattutine e quelli senza
una marcata propensione naturale, e ne hanno monitorato le attività per 2 anni grazie al loro accesso a un sistema di gestione dell’apprendimento online.
Ebbene, i ragazzi con un orologio biologico non allineato con gli orari delle lezioni hanno ottenuto votazioni inferiori negli esami. E non si tratta di un fenomeno marginale. Solo due studenti su cinque presentavano una sincronizzazione tra l’orologio biologico interno e gli impegni accademici.
Quasi il 50% degli studenti si sarebbe messo al lavoro più tardi di quanto consentito dalle lezioni e solo il 10,4% ne avrebbe invece anticipato l’inizio. Con il risultato – scrivono gli autori - che «il 60% andava incontro a un jet lag giornaliero di almeno 30 minuti».
Inoltre, tanto maggiore è lo sfasamento, tanto minore il successo accademico, specialmente per i gufi.
Per la verità in USA, già nel 2014, la American Academy of Pediatrics aveva raccomandato agli istituti scolastici di non cominciare le lezioni prima delle 08:30 contro l’abitudine di  alcune scuole di aprire alle 07:00, e qualcuna alle 06:30!
Il posticipo dell’orario di inizio, scrivono i pediatri statunitensi, sarebbe un’«efficace contromisura per contrastare la rottura dei ritmi circadiani e la carenza cronica di sonno, problema di salute pubblica».
In Italia, l’Università di Ferrara sta lavorando a un progetto dedicato all’analisi del legame tra cronotipo degli studenti, calendario delle lezioni, orari degli esami ed esiti ottenuti.

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0865-farsa-invalsi

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-05/04/2018-06:00
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La farsa Invalsi online, ma non solo!

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Unanime protesta dei presidi: “Pochi pc e obsoleti” / Sui test, opinioni contrapposte
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Sono partite ieri le provettine Invalsi per gli studenti di terza media e, come ampiamente anticipato su tutte le testate che si occupano di scuola, compreso la nostra, alla resa dei conti la verità è la seguente: i pc nelle scuole sono pochi e quelli che ci sono abbastanza obsoleti per reggere una prova esclusivamente computer based!
Una circostanza che ha costretto i Ds ad organizzare diversi sistemi di turni nelle postazioni e spesso anche la delocalizzazione degli studenti perché in alcuni plessi i pc non ci sono proprio! Se tutto va bene il tormentone finirà entro il 21 aprile (termine ultimo fissato per la somministrazione delle prove) per poi attendere gli esiti – sempre su base censuaria – ma che da quest’anno diventano requisito di ammissione all’esame di Stato, a prescindere dall’esito ottenuto dal candidato che però finirà nella certificazione delle competenze.
Il segretario della Flc Cgil, Francesco Sinopoli, si dichiara contrario a questo modello di valutazione e precisa anche che aver spostato le prove all’interno dell’anno scolastico piuttosto che gravanti sulle prove d’esame non ha risolto affatto il problema. La scuola italiana, afferma ancora Sinopoli, “è oggetto da anni (e la 107 ha accelerato tale processo) di una vera e propria ossessione quantitativa e classificatoria. I processi valutativi messi in campo quotidianamente dalle scuole e correlati con storie, percorsi, contesti, sono di fatto pesantemente messi in discussione dall’uso pervasivo delle prove standardizzate, da un lato, utilizzando il paravento della trasparenza e della qualità del servizio, e, dall’altro, accusando gli insegnanti di inaffidabilità se non di vera e propria disonestà intellettuale.”
Ed ha ragione. Anzi, per certi versi, la situazione è peggiorata: se da un lato le provettine gravanti sulle giornate d’esame e sul voto finale erano una iattura ai fini della valutazione finale, dall’altro, condizionare l’ammissione agli esami alla partecipazione alle prove non solo è una forzatura istituzionale, ma appesantirà e condizionerà (sic!) la parte più corposa della certificazione delle competenze al termine del primo ciclo di istruzione su cui punteranno gli occhi i docenti del secondo grado ai fini dell’ammissione/inserimento di un alunno una classe piuttosto che in un’altra!
In conclusione, si è passati da una schifezza ad un’altra, provettine comprese!
Non la pensa così il dottor Alessandro Meluzzi, psichiatra di professione, ma soprattutto tuttologo televisivo che bolla con molta spregiudicatezza, “i Soloni che vanno contro le prove realizzate da un sapientissimo corpo docente – unico abilitato a valutare le soggettive capacità creative di ogni allievo al di là di ogni tirannico tentativo di quantificarne la preparazione – ma mettendo anche in discussione l’idea che un sapere possa essere un qualche modo accertato”[Leggi: Il Tempo del 4 aprile 2018].
Svarioni a parte, s’intende, come la storia ci insegna anno dopo anno! Io, che proprio Solone non mi sento, da modesto pedagogista che ha investito nella ricerca, nella sperimentazione e nella valutazione (non solo con le prove oggettive, però!) tutta la sua lunga vita professionale per conto del MIUR, ricordo a Meluzzi che con le provettine Invalsi non si accerta se “un ingegnere sappia calcolare o meno l’arcata di un ponte”, come afferma lui. La valutazione è una questione molto più seria che tabulare su base censuaria le risposte delle provettine Invalsi; la valutazione a scuola, nella scuola, per la scuola e per l’alunno, tende solo a migliorare offerta formativa e gli sforzi con il Rapporto di Autovalutazione tendono a questo.
In ogni caso la valutazione con le provettine Invalsi non significa affermare universalmente (o strumentalmente, per alcuni!) se gli alunni del Nord sanno più o meno di quelli del Centro e del Sud e quindi se le scuole del Nord sono migliori di quelle del Centro e del Sud. Se così fosse, significherebbe non parlare più di qualità del sistema, ma di politica, anzi di politiche regionali, parimenti non significa consentire, come afferma ancora Meluzzi, secondo uno “studentismo corrente” di moda oggi, che siano gli alunni ad esigere che qualcuno verifichi se coloro che avrebbero dovuto formali li hanno educati a dovere.
In conclusione, giusto per fare il giro di boa e tornare rapidamente ai discorsi di sopra, le provettine Invalsi non  serviranno – anche quest’anno - ad accertare le competenze trasversali degli alunni, ma i docenti, almeno secondo il “verbo meluzziano” in materia. Purtroppo non è solo lui che ha pensa così! (ninni bonacasa)

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0845-corte-dei-conti

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CERIPNEWS LA NOTA  XVIII-04/04/2018-06:00
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La Corte dei conti boccia il contratto degli statali

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Aumenti tabellari e nessun incremento basato sulla produttività / Aumenti a maggio?
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La Corte dei conti ha “bocciato” il nuovo contratto degli statali definendolo "deludente" sotto il profilo di una remunerazione tale da premiare il merito, da incentivare produttività ed efficienza nel pubblico impiego, prevedendo piuttosto aumenti di stipendio lineari per i 250 mila dipendenti di ministeri, Agenzie ed enti come Inps e Cnel.
Ne dà ampio resoconto Adnkronos (leggi: http://www.adnkronos.com/soldi/economia/2018/04/02/statali-corte-conti-boccia-nuovo contratto_EjynRJRrjpuv4B3mM6mIrJ.html
) in un articolo in cui precisa che l’opinione è espressa nella delibera sul rinnovo contrattuale del comparto Funzioni centrali 2016-2018 depositata il 23 marzo.
«"Il vero parametro per certificare la compatibilità economica di incrementi contrattuali, specie se superiori all’andamento dell’inflazione, - spiegano i magistrati contabili (a proposito degli incrementi retributivi pari al 3,48% della massa salariale) - non può prescindere da una valutazione degli effetti della contrattazione, in termini di recupero della produttività del settore pubblico". E "sotto tale profilo, - rimarcano - l’ipotesi all’esame si rivela complessivamente deludente" perché le risorse messe a disposizione risultano "pressoché esclusivamente per corrispondere adeguamenti delle componenti fisse della retribuzione".
Mentre, nel richiamare la legge n. 15 del 2009 (la riforma Brunetta) la Corte osserva: "non si può non sottolineare" che tale normativa "affidava alla contrattazione collettiva il compito di procedere ad una sostanziale ridefinizione delle componenti variabili della retribuzione, da destinare prevalentemente a finalità realmente incentivanti e premiali".
Nella delibera si osserva che gli incrementi retributivi pari al 3,48% della massa salariale, tali da consentire aumenti medi mensili pari a 85 euro a partire da marzo 2018, sono "importi superiori a quelli previsti nel caso in cui si fosse applicato l'indice Ipca o il tasso di inflazione programmato".
La Corte dei conti certifica la compatibilità economica del contratto, tuttavia "in mancanza di un predefinito parametro di riferimento, - si osserva nella delibera - la verifica della compatibilità economica dei costi contrattuali si rivela, pertanto, di non facile percorribilità".
I rilievi della magistratura contabile riguardano anche la riforma Madia e il nuovo testo unico. "Segnali negativi - osservano - derivano dal mancato completamento della riforma della pubblica amministrazione delineata dalle legge n. 124 del 2015, con riferimento alla complessiva riscrittura del D. Lgs n. 165 del 2001 e all'auspicata riforma della dirigenza".
»
Intanto, dopo la corsa sui nuovi contratti, adesso resta l’attesa per gli emolumenti che per Scuola, Sanità e Enti locali i tempi si sono allungati più del previsto, anche ormai lo sblocco definitivo dovrebbe essere questione di giorni. L’accordo è già all’attenzione dei magistrati contabili che hanno a disposizione 15 giorni per effettuare le verifiche. Se non effettuerà un’emissione speciale, è chiaro che gli aumenti (arretrati e aumenti del mese)  finiranno in busta paga a maggio.
Va ancora peggio per gli altri due comparti del P.i.: Sanità e Enti Locali. L’Aran starebbe ancora recependo i rilievi e quindi il testo è lontano dall’approdo alla Corte dei conti: Solo dopo l’invio partiranno i soliti 15 giorni per le verifiche contabili.
Al palo anche i contratti dei dirigenti pubblici e dei medici. Su quest’ultimo i sindacati si sono alzati dal tavolo lamentando che le risorse a disposizione non sarebbero neppure sufficienti a garantire un aumento pari a quello degli altri lavoratori pubblici.

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0825-analfabeti-funzionali

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CERIPNEWS LA NOTA XVIII-03/04/2018-06:00
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Siamo tutti “analfabeti funzionali”

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Un italiano su tre non sa decifrare il mondo intorno a sé

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Un italiano su tre non sa decifrare il mondo intorno senza una semplificazione o un’intermediazione. Ancora più preoccupante è che queste persone hanno comunque avuto un’istruzione, perché si Esce dalle scuole con strumenti insufficienti ad affrontare la società.
Lo afferma Oscar di Montigny, Direttore Marketing, Comunicazione e Innovazione di Banca Mediolanum sul settimanale Panorama del 29/03/2018, che osserva che pur vivendo nell’epoca del web, con la smartphone che sembra aprirci alle conoscenze infinite, la maggior parte di noi invece non riesce a cercare né a comprendere questi innumerevoli stimoli.
Se così è vero, come è vero, allora non stupisce il fenomeno delle fake news, perché la scarsa capacità di capire i testi rende ancora più difficoltoso discernerne la veridicità e, quindi, diventa molto più facile diffonderle.
Il Direttore di Montagny ricorda il compianto prof. Tullio De Mauro, il noto linguista e filosofo del linguaggio che di recente è entrato a far parte della sezione del Portale Treccani Italiani della Repubblica, versione on line del Dizionario Biografico degli Italiani, che fino all’ultimo ha parlato di “un processo di atrofizzazione del sapere costante e lievitante”,  e osserva che “invece di rifiorire per questa abbondanza di conoscenza, facciamo rattrappire i nostri cervelli. Quando ci rifiutiamo di essere curiosi, quando per pigrizia evitiamo la scoperta e la novità, quando non dialoghiamo con le opinioni degli altri, finiamo per essere tutti analfabeti funzionali”. (n.b.)

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