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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//31-08-2017//06:00/NODE-2565
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Liceo breve, il Collegio può dire no

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Affondo USB sulla sperimentazione
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Ai primi di settembre parecchi Collegi dei docenti saranno chiamati ad esprimersi sulla proposta del liceo breve ed approvare un robusto ed articolato processo formativo. Il silenzio ed o i comunicati tiepidi di alcuni sindacati si contrappongono alla reazione durissima dell’USB che invita apertamente i docenti a non votare la proposta di sperimentazione che il Governo gabella come opportunità per i giovani di inserirsi più presto nel mondo del lavoro … che non c’è, ma questo non lo dicono!
Il direttore della testata Alessandro Giuliani su La Tecnica della Scuola riporta una lunga dichiarazione di Luigi De Prete dell’Esecutivo nazionale USB che afferma quanto appresso:
1 - L’età di termine del percorso di studi è pari a quello italiano in 15 nazioni appartenenti all’UE e di un anno inferiore solamente in 13, quindi il nostro sarebbe un adeguamento al ribasso.
2 - Il mondo del lavoro non sembra essere particolarmente accogliente della proposta, a meno che non si parli di sfruttamento dei giovani, di salari miseri, di orari e turnazioni impossibili, di scarse tutele, come ci ha insegnato il Jobs Act.
3 – Nessuno finora parla della riduzione dello sviluppo delle capacità critiche, degli apprendimenti e delle competenze.
4 – Nessuno parla del danno culturale e didattico per le assenze obbligatorie dalle aule scolastiche per intere settimane per assolvere all’alternanza scuola-lavoro, che in un curricolo accorciato di una anno diventa davvero gravoso.
5 - L
a sperimentazione avviata in anni passati in un ristretto numero di scuole non ha prodotto nessuna analisi; poiché siamo  abituati alla propaganda, è da ritenere che l’assenza di dati segna il fallimento del progetto.
Fermo restando le posizioni dell’USB che non sempre abbiamo condiviso, giova ricordare che questa testata più volte ha affrontato in termini culturali ed organizzativi la questione della cosiddetta sperimentazione dei licei brevi e più di recente la complessa questione dell’obbligo a 18 anni, pubblicando, in giornate diverse, alcuni interventi molto significativi, gli ultimi dei quali riproponiamo all’attenzione dei lettori.

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//28-08-2017//06:00/
NODE-2535
Tagliare per non riformare!
Cresce la contestazione sui “licei brevi” sperimentali dal 2018/19, ossia l’illusione degli ultimi dieci anni
Dopo la presa di posizione di intellettuali, alcuni sindacati ed opinionisti contro la cosiddetta sperimentazione dei licei brevi (corso quadriennale), registriamo quella di Alberto Asor Rosa su “la Repubblica” del 26 agosto che ha dimostrato come siano inconsistenti gli obiettivi che si vogliono raggiungere aggiungendo due anni all’obbligo scolastico e nello stesso tempo tagliare un anno al corso della scuola media superiore con la cosiddetta sperimentazione, registriamo ieri sempre sulla Testata già citata, un altro affondo con un’intera pagina il cui titolo d’apertura, da solo fa riflettere: “Perché ai ragazzi non serve un anno di scuola in meno ma cent’anni di libri in più”. Il taglio basso riporta anche l’intervista al professore Guido Baldi, autore di un manuale di Letteratura italiana molto diffuso nelle scuole italiane, che lamenta la distanza tra cultura e realtà dato che a scuola spesso si sfiora Montale ed i ragazzi sconoscono gli autori del Duemila, però alla Maturità escono poeti come Caproni! Per non parlare di Gadda, Calvino, Merini, Fo, ecc.
Certe ricette irrinunciabili non ce ne sono, ma investire un anno su Dante, Petrarca e Boccaccio, a questo punto è un paradosso, a meno che rivoluzionando la metodologia a cui sembrano tanto legati i docenti, i tre grandi piuttosto che restare un corpus isolato, non vengano accostati al Novecento. Come? Afferma Baldi: Ariosto porta a Calvino, Boccaccio si accosta a Dario Fo, Petrarca sull’accidia si affianca ad una poesia di Montale, e via di seguito.
Accostamenti davvero stimolanti, ma una domanda nasce spontanea: chi lo dice ai professori di ieri e di oggi legati a modelli cronologici indistruttibili, e non conoscono neppure il pensiero di Baldi, pur avendone adottato per anni i suoi libri?
Sempre in materia di sperimentazione dei licei brevi varata dalla ministra Fedeli, con decorrenza 2018/2019, che sembra essere l’illusione degli ultimi dieci anni, registriamo infine la posizione della Rete degli Studenti il cui Coordinatore, Giammarco Manfreda, afferma che la scuola non può essere  riformata a porzioni, a blocchi, e che un ambito, piuttosto che un altro, possano essere modificati senza una revisione sostanziale e complessiva del sistema. Manfreda ricorda alla Ministra che la Rete da anni  sottolinea la necessità di una seria riforma dei cicli che tenga in considerazione le capacità dello studente di comprendere e scegliere il percorso di studi più adatto a lui.
Ma non s’è fatto nulla, anzi s’è fatto di peggio con questo decreto che va nella direzione sbagliata dato che non consiste nel tentativo di adeguare la scuola allo studente volto ad accrescere la possibilità e gli strumenti per scegliere in maniera ottimale il proprio percorso di studi, semmai è un tentativo di risparmio sulla scuola pubblica attraverso il “taglio” di un anno di studi, con evidenti vantaggi economici (circa 1 miliardo e 300 milioni) però a scapito degli studenti.
Per evitare che la situazione peggiori oltre ogni limite, Manfreda suggerisce, per i licei brevi, di svolgere l’alternanza scuola-lavoro durante i vari periodi di vacanza e che vengano fornite in merito dettagli chiari sulla rimodulazione delle indicazioni didattiche nazionali, al fine di garantire quell’equilibrio di studio-vita personale-alternanza che fin dall’inizio è il grande assente della Legge 107.
Per fare una riforma seria, conclude Manfreda, è chiaro si debba innanzitutto ripensare il ruolo delle scuole secondarie di primo grado (scuole medie), ripensare un percorso ad oggi ripetitivo nei contenuti, con l’obiettivo, condivisibile, di omologazione rispetto alla media europea (che vede gli studenti terminare un anno prima di quelli italiani il percorso di istruzione superiore): la necessità di uscire un anno prima dalle scuole superiori è reale ma non può essere questo il modo.
È necessario mettere in discussione il sistema dei cicli dell’istruzione secondaria, a partire dalle scuole medie per passare poi ad una riforma complessiva che sappia mettere in discussione, quindi, un sistema vecchio che non risponde più alle esigenze della società attuale. (n.b.)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//26-08-2017//06:00/NODE-2521
A proposito di obbligo a 18 anni
Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli
Gentile Ministra,
per evitare di fare sulla scuola i soliti discorsi da sotto l’ombrellone in questa calda estate, o limitarsi ad affascinare studenti e uditorio nel confortevole e quanto mai accogliente meeting di Rimini, o ipotizzare scenari impossibili di “rivoluzione scolastica” a senso unico, sarebbe opportuno che lei tenesse a mente alcune cosette - pur senza fare discorsi da sfascio totale - che mi permetto di sintetizzare al massimo non solo per economia di spazio, ma soprattutto per evitare lungaggini nelle argomentazioni:
- Fare demagogia è facile, ma che senso ha parlare di formazione/obbligo fino a 18 anni, se poi non si assicura quella “continua” o “permanente”, dato che gli attuali “saperi” della scuola, sono soggetti ad una diffusa e rapida obsolescenza, o vengono dimenticati perché non utili e/o non utilizzati per il resto della vita?
- La questione non sta tanto negli anni di scuola, quanto nei contenuti, e per fare ciò, bisogna rivedere modelli organizzativi e curricoli, come abbiamo sostenuto da sempre. Lei sull’onda del déjà vu s’è limitata ad amputare il quinto anno nei licei spacciati per sperimentali, senza neppure conoscere e/o rendere pubblici gli esiti delle sparute sperimentazioni già autorizzate ed in corso. Se esiti ci sono stati!
- L’obbligo e il diritto all’istruzione non si misurano a metro, ma in qualità: la scuola di questi ultimi decenni non è stata messa in condizione di riflettere ed auto-generarsi, s’è solo adattata a fare il meno peggio possibile, tormentata, come è stata (sic!) da malanni interni e da pesanti interferenze esterne che le hanno creato sofferenze non risolte.
- Che senso ha una formazione/obbligo fino a 18 anni se la scuola resta palestra di non cultura sociale e politica, se continua a somministrare dosi pseudoscientifiche di saperi solo attraverso libri e manuali datati, mentre i ragazzi di oggi, compreso i più piccoli, utilizzano i social per una conoscenza usa-e-getta?
- Che senso ha una scuola a 18 anni se si pensa solo al “quanto” e non ”al cosa” serve? Non evoco modelli confindustriali, ma non posso non valutare, con estrema attenzione, le attuali generazioni che vivono una dimensione mediatica aberrante e, per certi versi, condizionante sul piano esistenziale. In questo senso non basta legittimare in aula calcolatrici elettronica, tablet e smartphone … ad uso didattico.
- Che senso ha parlare di obbligo fino a 18 anni se non si assicura una scuola di qualità, una scuola per la vita, utile al processo ed alla crescita dell’uomo e del cittadino, utile a pareggiare i dislivelli culturali, utile a valorizzare il merito? Aumentare l’obbligo aiuterà l’occupazione giovanile? Aumenterà l’occupazione dei docenti dequalificati e mal pagati?  
- Che senso ha estendere l’obbligo di istruzione e formazione fino a 18 anni, se l’approccio che le ha dettato è meramente funzionalistico, quasi una risposta agli interessi del mondo produttivo, e non di ampio respiro culturale e formativo?
- Che senso ha proporre di estendere l’obbligo senza istruzione/formazione utile per la crescita umana e sociale, oltre che per la vita lavorativa futura? Lo sa quanta gente non legge i giornali e le riviste? Lo sa quanta gente non ascolta/vede un notiziario, un reportage di attualità? Lo sa quanta gente, anche laureata, non acquista un libro qualunque, saggistica o professionale? Allora, che senso ha, in un quadro tanto degradato, e poco produttivo, parlare solo di obbligo da elevare? Perché prima non ridare alla scuola i suoi legittimi spazi autonomi di formazione (risorse permettendo!) e quindi valutare dopo la durata del curricolo?
- Che senso ha parlare di elevazione dell’obbligo senza investire sull’istruzione permanente, per corroborare periodicamente conoscenze e competenze necessarie per questo secolo, e che sono ben diverse da quelle che abbiamo studiato noi, ovviamente per chi ha studiato? Perché non rifondare la curiosità e la scoperta del sapere che cambia e fare investimenti in formazione in tutti i settori (pubblico e privato), compreso le famiglie?
- Perché non rivedere interamente l’intero percorso partendo dal 5° anno obbligatorio della scuola dell’infanzia, secondo il modello: scuola dell’infanzia: 3 anni, di cui l’ultimo obbligatorio; scuola primaria: 5 anni; scuola secondaria di I grado: 3 anni; scuola secondaria di II grado: 4 anni; biennio finale, sempre obbligatorio, di indirizzo verso l’università oppure gli ITS, però gestiti dalla scuola? Dopo tutto l’obbligo fino a 18 anni nei Paesi Ue è previsto solo in 4 nazioni: Belgio, Portogallo, Paesi Bassi e Germania, ma solo in alcuni lander; nella stragrande maggioranza, quindi, l’età di uscita è fissata a 16 anni, come è attualmente in Italia. Inoltre c’è il problema utenza; leggendo la stata quotidiana di ieri, si possono cogliere almeno tre linee di pensiero, con tanti punti di domanda: 1) Chi paga si chiedono i genitori ed i ragazzi, alcuni dei quali spacciati per entusiasmi della proposta? Lo Stato se ne farà carico totale? È solo un’imposizione? E chi non vuole che farà; accrescerà l’evasione scolastica? 2) Parecchi giovani sembrano meno interessati, guarda caso, sull’impegno del percorso formativo obbligatorio; 3) Altri intervistati, sempre tra genitori e studenti, invece avanzano seri dubbi sulla proposta che ritengono confusa che rischia di far scadere ancora di più la qualità dell’insegnamento. 
- In ultimo, dato che non disonorevole mai parlare di soldi, le chiedo: prima di parlare di elevazione dell’obbligo a 18 anni, risolvendo la dissonanza tra obbligo formativo e di istruzione, ha provato a convincere il ministra Padoan a liberare 15-20 miliardi per la scuola, e poi ne riparliamo.
- In buona sostanza, per concludere, significa creare le condizioni perché per la scuola si elabori un progetto ardito ma valido, saggio, cioè meditato e lungimirante, che colga il meglio anche dagli altri sistemi scolastici europei, con risorse adeguate, tale da identificare prima e costruire poi le esigenze e le potenzialità delle nuove generazioni ed adeguarle alle necessità della vita umana, culturale, sociale ed economica del nostro Paese.
Altrimenti, significa solo fare discorsi sotto l’ombrellone, o peggio, solo becera propaganda politica pre-elettorale, che forse come responsabile del Miur, nella qualità, potrebbe risparmiarci. Almeno lei! (ninni bonacasa)


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A tanto va aggiunta la solare consapevolezza che i ragazzi non sono sacchi vuoti da riempire a dismisura e, pur di difendere quella che passa per sperimentazione, non giova – come fa “il Giornale” (28 agosto 2017) affermare che nei licei si arriva già ai contemporanei e quindi, di conseguenza, la responsabilità è dei professori nelle scelte più o meno orientate e sagge culturalmente, che vanno al di là delle etichette politiche degli intellettuali citati nell’articolo a firma di Davide Brullo.
L’Autore, dopo l’affondo buttato tutto sullo pseudo culturale (ma che puzza tanto di etichettatura politica!), arriva anche ad ipotizzare i book annuali ad opera degli stessi prof (e quindi rispetto al curricolo) evocando modelli didattici americaneggianti già consunti, in quanto pre-post-bellici agiti nelle scuole sperimentali (private, però!), senza tenere conto dei vincoli editoriali nostrani, compreso lo strapotere esercitato da sempre dalle casa editrici e dalle associazioni dei librari.
Basta ricordarsi i mal-di-pancia e le polemiche degli editori sui cd-rom d’appoggio e sui libri interamente digitali!
Nessuna parola su una eventuale riedizione del curricolo scolastico per intero (sarebbe stato davvero troppo!), magari per contestare le affermazioni della sottosegretaria Angela D’Onghia che da un lato si schiera a favore del diploma breve (=facile?) in 4 anni, amputando un anno alla scuola superiore, e dall’altro chiede timidamente la rimodulazione dell’intero ciclo di istruzione/formazione - necessario certamente come afferma da sempre questa testata - ma che non è robetta da nulla, anche perché a parte il Governo in scadenza, è del tutto evidente che a monte serve uno scenario culturale e politico certo individuando prima cosa, come e dove vogliamo portare i giovani di domani e, quindi, solo dopo ricalibrare il curricolo.
Premesso, come ho sempre affermato, che tutto parlano di scuole e sulla scuola, anche a sproposito, su una cosa convengo con Brullo: leggere, anche d’agosto, è un ottimo antidoto alle chiacchiere estive dei benpensanti sulla scuola. (ninni bonacasa)

 
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node-2557-nuove-tecnologie  

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//30-08-2017//06:00/NODE-2557
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Nuove tecnologie, è vera rivoluzione?

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Cosa non funziona nel Piano Nazionale Scuola Digitale
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Sull’introduzione delle nuove tecnologie a scuola s’è fatto un gran parlare non solo e non tanto per l’avvio/implementazione del Piano Nazionale Scuola Digitale (PNSD) e le sperticate aperture su di esso da parte della ministra Fedeli e prima di lei anche dell’ex sottosegretario Faraone, quanto per i pareri pro e contro che periodicamente vengono posti all’attenzione delle famiglie e degli operatori scolastici.
Tralasciando, quindi, di analizzare le variabili sull’introduzione (spesso obbligo!) delle nuove tecnologie a scuola, appare abbastanza interessante riflettere sull’innovazione (=moda?) delle nuove tecnologie a scuola.
Scontato che è importante il PNSD e la connessa impiantistica tecnologica nelle scuole per non restare indietro, ma siamo davvero certi che è tutto oro quello che luce?
Ok alle Lim, ai tablet, agli smartphone ed alle calcolatrici elettroniche in classe presumibilmente utili alla didattica, ma come la mettiamo con il recente Rapporto OCSE che ha rilevato come nelle scuole “con una penetrazione delle tecnologie digitali più elevata i risultati di apprendimento non solo non migliorano, ma addirittura peggiorano”? Come la mettiamo con le ricerche USA secondo cui la migliore memorizzazione di dati, notizie e contenuti avviene da chi legge un libro di carta stampata rispetto a chi legge lo stesso testo sullo schermo di un tablet o di un computer?
Insomma, se a scuola non ci si da un modus operandi equilibrato e consapevole, si rischia di accrescere un gap apprenditivo (per non parlare di quello relazionale!) che potrebbe aggravare ancora di più la condizione di disagio culturale di parecchi giovani d’oggi e di domani, stante il fatto che bambini di meno di 2 anni già usano con  disinvoltura a casa sia il tablet che lo smartphone di mamma e papà danno loro in mano per zittirli o per sentire canzoncine e vedere i loro stessi video.
Ma la domanda più importante è la seguente: il Miur, nel varo del PNSD con tanto di soldi destinati, ha messo in conto anche le conseguenze che neuroscienziati, pedagogisti, uomini di scuola portano avanti da tempo?
Certo che non si può restare indietro, certo è utile accrescere conoscenze/informazioni/contenuti attraverso le nuove tecnologie, se usate bene, ma siamo davvero certi che la didattica tradizionale corrente si possa trasformare in didattica multimediale sempre e comunque?
In merito, il mondo accademico è più che diviso: ai fautori delle nuove tecnologie si oppongono coloro che affermano che l’impiego delle nuove tecnologie nella scuola non risulta efficace negli apprendimenti significativi, e ciò a prescindere dall’interesse e dallo stimolo-motivazione che gli studenti ricevono dallo strumento elettromeccanico-elettronico usato per divulgare l’informazione.  La vera innovazione didattica passa dalla metodologia della ricerca e non dall’uso indiscriminato delle macchine con software pre-confezionati; purtroppo da parecchi anni a questa parte, la ricerca metodologica e l’innovazione didattica è stata progressivamente tralasciata, se non del tutto abbandonata, privilegiando le nuove tecnologie che, a quanto pare, alla resa finale, risultano soccombenti se non del tutto perdenti. (n.b.)

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node-2547-il-potere-della-accoglienza  

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//29-08-2017//06:00/NODE-2547
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Il potere dell’accoglienza

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I fascisti che si definiscono cattolici, dovrebbero vergognarsi per il loro comportamento
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Può una cittadinanza ed un’amministrazione comunale passata nella mani del centrodestra dopo settanta anni, nel giro di due mesi dare spazio ai fascisti, ai razzisti ed agli xenofobi?
Sembrava di sì, dopo le varie prese di posizione contro il parroco don Massimo Biancalani che aveva osato portare un gruppo di migranti in piscina e la minaccia di alcuni esponenti di Forza Nuova di “presidiare” la messa domenicale per “vigilare sulla dottrina” del parroco, riscuotendo l’approvazione della Lega di Salvini, eppure il “colpaccio” a grossa rilevanza politica non c’è stato: quello che doveva essere uno scontro plateale, su cui forse contavano i fascisti di FN e la Lega per ricamarci sopra, non c’è stato e lo sparuto gruppetto di presenti (una quindicina, a quanto pare!) vigilati dalla Digos, è stato accolto proprio da don Massimo Biancalani che li ha smontati stringendo loro la mano.
Insomma, una domenica di annunciata guerriglia s’è trasformata in una corale manifestazione di solidarietà al parroco e di sostegno al suo principio di integrazione e di accoglienza espressa anche in chiesa con la presenza anche di musulmani.
Quanto alla dichiarazione del coordinatore di Forza Nuova, che si è allontanato affermando che “con le parole di don Biancalani non c’è nessun punto d’incontro, dovrebbe occuparsi del bene delle anime e stop” e connesso saluto romano, viene da chiedersi se per FN le anime non siano solo quelle dei cattolici.
Intanto don Biancalani, forte del sostegno pubblico dei fedeli e del Vicario generale di Pistoia, ha annunciato che porterà i suoi ragazzi anche a mare, piaccia o no ai fascisti di FN ed alla Lega di Salvini. (n.b.)

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node-2535-tagliare-per-non-riformare  

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//28-08-2017//06:00/NODE-2535
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Tagliare per non riformare!

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Cresce la contestazione sui “licei brevi” sperimentali dal 2018/2019,
ossia l’illusione degli ultimi dieci anni
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Dopo la presa di posizione di intellettuali, alcuni sindacati ed opinionisti contro la cosiddetta sperimentazione dei licei brevi (corso quadriennale), registriamo quella di Alberto Asor Rosa su “la Repubblica” del 26 agosto che ha dimostrato come siano inconsistenti gli obiettivi che si vogliono raggiungere aggiungendo due anni all’obbligo scolastico e nello stesso tempo tagliare un anno al corso della scuola media superiore con la cosiddetta sperimentazione, registriamo ieri sempre sulla Testata già citata, un altro affondo con un’intera pagina il cui titolo d’apertura, da solo fa riflettere: “Perché ai ragazzi non serve un anno di scuola in meno ma cent’anni di libri in più”. Il taglio basso riporta anche l’intervista al professore guido Baldi, autore di un manuale di Letteratura italiana molto diffuso nelle scuole italiane, che lamenta la distanza tra cultura e realtà dato che a scuola spesso si sfiora Montale ed i ragazzi sconoscono gli autori del Duemila, però alla Maturità escono poeti come Caproni! Per non parlare di Gadda, Calvino, Merini, Fo, ecc.
Certe ricette irrinunciabili non ce ne sono, ma investire un anno su Dante, Petrarca e Boccaccio, a questo punto è un paradosso, a meno che rivoluzionando la metodologia a cui sembrano tanto legati i docenti, i tre grandi piuttosto che restare un corpus isolato, non vengano accostati al Novecento. Come? Afferma Baldi: Ariosto porta a Calvino, Boccaccio si accosta a Dario Fo, Petrarca sull’accidia si affianca ad una poesia di Montale, e via di seguito.
Accostamenti davvero stimolanti, ma una domanda nasce spontanea: chi lo dice ai professori di ieri e di oggi legati a modelli cronologici indistruttibili, e non conoscono neppure il pensiero di Baldi, pur avendone adottato per anni i suoi libri?
Sempre in materia di sperimentazione dei licei brevi varata dalla ministra Fedeli, con decorrenza 2018/2019, che sembra essere l’illusione degli ultimi dieci anni, registriamo infine la posizione della Rete degli Studenti il cui Coordinatore, Giammarco Manfreda, afferma che la scuola non può essere  riformata a porzioni, a blocchi, e che un ambito, piuttosto che un altro, possano essere modificati senza una revisione sostanziale e complessiva del sistema. Manfreda ricorda alla Ministra che la Rete da anni  sottolinea la necessità di una seria riforma dei cicli che tenga in considerazione le capacità dello studente di comprendere e scegliere il percorso di studi più adatto a lui.
Ma non s’è fatto nulla, anzi s’è fatto di peggio con questo decreto che va nella direzione sbagliata dato che non consiste nel tentativo di adeguare la scuola allo studente volto ad accrescere la possibilità e gli strumenti per scegliere in maniera ottimale il proprio percorso di studi, semmai è un tentativo di risparmio sulla scuola pubblica attraverso il “taglio” di un anno di studi, con evidenti vantaggi economici (circa 1 miliardo e 300 milioni) però a scapito degli studenti.
Per evitare che la situazione peggiori oltre ogni limite, Manfreda suggerisce, per i licei brevi, di svolgere l’alternanza scuola-lavoro durante i vari periodi di vacanza e che vengano fornite in merito dettagli chiari sulla rimodulazione delle indicazioni didattiche nazionali, al fine di garantire quell’equilibrio di studio-vita personale-alternanza che fin dall’inizio è il grande assente della Legge 107.
Per fare una riforma seria, conclude Manfreda, è chiaro si debba innanzitutto ripensare il ruolo delle scuole secondarie di primo grado (scuole medie), ripensare un percorso ad oggi ripetitivo nei contenuti, con l’obiettivo, condivisibile, di omologazione rispetto alla media europea (che vede gli studenti terminare un anno prima di quelli italiani il percorso di istruzione superiore): la necessità di uscire un anno prima dalle scuole superiori è reale ma non può essere questo il modo.
È necessario mettere in discussione il sistema dei cicli dell’istruzione secondaria, a partire dalle scuole medie per passare poi ad una riforma complessiva che sappia mettere in discussione, quindi, un sistema vecchio che non risponde più alle esigenze della società attuale. (n.b.)

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node-2521-a-proposito-di-obbligo  

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//26-08-2017//06:00/NODE-2521
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A proposito di obbligo a 18 anni

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Lettera aperta alla Ministra Valeria Fedeli
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Gentile Ministra,
per evitare di fare sulla scuola i soliti discorsi da sotto l’ombrellone in questa calda estate, o limitarsi ad affascinare studenti e uditorio nel confortevole e quanto mai accogliente meeting di Rimini, o ipotizzare scenari impossibili di “rivoluzione scolastica” a senso unico, sarebbe opportuno che lei tenesse a mente alcune cosette - pur senza fare discorsi da sfascio totale - che mi permetto di sintetizzare al massimo non solo per economia di spazio, ma soprattutto per evitare lungaggini nelle argomentazioni:
- Fare demagogia è facile, ma che senso ha parlare di formazione/obbligo fino a 18 anni, se poi non si assicura quella “continua” o “permanente”, dato che gli attuali “saperi” della scuola, sono soggetti ad una diffusa e rapida obsolescenza, o vengono dimenticati perché non utili e/o non utilizzati per il resto della vita?
- La questione non sta tanto negli anni di scuola, quanto nei contenuti, e per fare ciò, bisogna rivedere modelli organizzativi e curricoli, come abbiamo sostenuto da sempre. Lei sull’onda del déjà vu s’è limitata ad amputare il quinto anno nei licei spacciati per sperimentali, senza neppure conoscere e/o rendere pubblici gli esiti delle sparute sperimentazioni già autorizzate ed in corso. Se esiti ci sono stati!
- L’obbligo e il diritto all’istruzione non si misurano a metro, ma in qualità: la scuola di questi ultimi decenni non è stata messa in condizione di riflettere ed auto-generarsi, s’è solo adattata a fare il meno peggio possibile, tormentata, come è stata (sic!) da malanni interni e da pesanti interferenze esterne che le hanno creato sofferenze non risolte.
- Che senso ha una formazione/obbligo fino a 18 anni se la scuola resta palestra di non cultura sociale e politica, se continua a somministrare dosi pseudoscientifiche di saperi solo attraverso libri e manuali datati, mentre i ragazzi di oggi, compreso i più piccoli, utilizzano i social per una conoscenza usa-e-getta?
- Che senso ha una scuola a 18 anni se si pensa solo al “quanto” e non ”al cosa” serve? Non evoco modelli confindustriali, ma non posso non valutare, con estrema attenzione, le attuali generazioni che vivono una dimensione mediatica aberrante e, per certi versi, condizionante sul piano esistenziale. In questo senso non basta legittimare in aula calcolatrici elettronica, tablet e smartphone … ad uso didattico.
- Che senso ha parlare di obbligo fino a 18 anni se non si assicura una scuola di qualità, una scuola per la vita, utile al processo ed alla crescita dell’uomo e del cittadino, utile a pareggiare i dislivelli culturali, utile a valorizzare il merito? Aumentare l’obbligo aiuterà l’occupazione giovanile? Aumenterà l’occupazione dei docenti dequalificati e mal pagati?  
- Che senso ha estendere l’obbligo di istruzione e formazione fino a 18 anni, se l’approccio che le ha dettato è meramente funzionalistico, quasi una risposta agli interessi del mondo produttivo, e non di ampio respiro culturale e formativo?
- Che senso ha proporre di estendere l’obbligo senza istruzione/formazione utile per la crescita umana e sociale, oltre che per la vita lavorativa futura? Lo sa quanta gente non legge i giornali e le riviste? Lo sa quanta gente non ascolta/vede un notiziario, un reportage di attualità? Lo sa quanta gente, anche laureata, non acquista un libro qualunque, saggistica o professionale? Allora, che senso ha, in un quadro tanto degradato, e poco produttivo, parlare solo di obbligo da elevare? Perché prima non ridare alla scuola i suoi legittimi spazi autonomi di formazione (risorse permettendo!) e quindi valutare dopo la durata del curricolo?
- Che senso ha parlare di elevazione dell’obbligo senza investire sull’istruzione permanente, per corroborare periodicamente conoscenze e competenze necessarie per questo secolo, e che sono ben diverse da quelle che abbiamo studiato noi, ovviamente per chi ha studiato? Perché non rifondare la curiosità e la scoperta del sapere che cambia e fare investimenti in formazione in tutti i settori (pubblico e privato), compreso le famiglie?
- Perché non rivedere interamente l’intero percorso partendo dal 5° anno obbligatorio della scuola dell’infanzia, secondo il modello: scuola dell’infanzia: 3 anni, di cui l’ultimo obbligatorio; scuola primaria: 5 anni; scuola secondaria di I grado: 3 anni; scuola secondaria di II grado: 4 anni; biennio finale, sempre obbligatorio, di indirizzo verso l’università oppure gli ITS, però gestiti dalla scuola? Dopo tutto l’obbligo fino a 18 anni nei Paesi Ue è previsto solo in 4 nazioni: Belgio, Portogallo, Paesi Bassi e Germania, ma solo in alcuni lander; nella stragrande maggioranza, quindi, l’età di uscita è fissata a 16 anni, come è attualmente in Italia. Inoltre c’è il problema utenza; leggendo la stata quotidiana di ieri, si possono cogliere almeno tre linee di pensiero, con tanti punti di domanda: 1) Chi paga si chiedono i genitori ed i ragazzi, alcuni dei quali spacciati per entusiasmi della proposta? Lo Stato se ne farà carico totale? È solo un’imposizione? E chi non vuole che farà; accrescerà l’evasione scolastica? 2) Parecchi giovani sembrano meno interessati, guarda caso, sull’impegno del percorso formativo obbligatorio; 3) Altri intervistati, sempre tra genitori e studenti, invece avanzano seri dubbi sulla proposta che ritengono confusa che rischia di far scadere ancora di più la qualità dell’insegnamento. 
- In ultimo, dato che non disonorevole mai parlare di soldi, le chiedo: prima di parlare di elevazione dell’obbligo a 18 anni, risolvendo la dissonanza tra obbligo formativo e di istruzione, ha provato a convincere il ministra Padoan a liberare 15-20 miliardi per la scuola, e poi ne riparliamo.
- In buona sostanza, per concludere, significa creare le condizioni perché per la scuola si elabori un progetto ardito ma valido, saggio, cioè meditato e lungimirante, che colga il meglio anche dagli altri sistemi scolastici europei, con risorse adeguate, tale da identificare prima e costruire poi le esigenze e le potenzialità delle nuove generazioni ed adeguarle alle necessità della vita umana, culturale, sociale ed economica del nostro Paese. Altrimenti, significa solo fare discorsi sotto l’ombrellone, o peggio, solo becera propaganda politica pre-elettorale, che forse come responsabile del Miur, nella qualità, potrebbe risparmiarci. Almeno lei! (ninni bonacasa)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//24-08-2017//06:00/NODE-2413
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La forza della protesta!

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La proposta: bloccare gli esami negli atenei italiani // Come si comporterà la scuola sul contratto?
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ROMA - Allora si può! Bloccare gli esami negli atenei si può, lo ha deciso la Commissione di garanzia, che ha legittimato la protesta dei docenti.
Gli studenti, ovviamente non ci stanno, e sperando di non essere penalizzati troppo sperano in una sessione straordinaria per esami ed una per laureandi, ma la protesta potrebbe allargarsi a dismisura perché di mezzo ci sono i soldi!
I sindacati che si sono vista scavalcare dal movimento di massa, adesso “scoprono” la protesta e la fanno propria nonostante la differenza abissale già esistente tra il salario dei docenti universitari e gli altri comparti della scuola.
Come abbiamo scritto nei giorni scorsi (leggi scorrendo la pagina NOTIZIE: Stipendi uguali per tutti e in linea con l’Europa! – Un segnale forte e chiaro per la ministra Valeria Fedeli ed il governo Gentiloni // Ceripnews Notizie del 19-08-2017-node-2283), il salario medio dei docenti delle scuole di ogni ordine e grado oscilla tra i 22.394 ed i 37.799 euro/anno/lordo contro quello dei docenti ordinari che va da 44.400 a 48.000 euro/anno/lordo e dei ricercatori che va da 34.898 a 45.367 euro/anno/lordo, ma il nodo più grosso sta nel blocco degli scatti stipendiali fermi dal 2011 e riconosciuti solo nel 2016 con effetti negativi ai fini pensionistici sul quadriennio 2011-2014.
Sarà interessante, adesso, capire le varie posizioni sindacali per la prossima scadenza settembrina sui contratti della P.a. e della scuola, in particolare, anche alla luce delle ipotesi, affatto esaltanti, degli aumenti da fame dopo ben otto anni di stop ed il rischio, ancora incombente, di perdere parte del bonus acquisito per tutti i salari oltre i 26mila euro/anno.
Sarà ancor più interessante, però, capire se anche la scuola, ala luce delle determinazioni assunte dai cattedratici, alzerà la testa ed in assenza di esami imminenti, non bloccherà le lezioni/attività didattiche, sempre che si riesca – almeno per una volta! – a fare blocco unico senza dare spazio alla voglia di piazzare bandierine, più o meno in tinta, che ciascun sindacato vorrà mettere in bella mostra. (cesare costa)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//23-08-2017//06:00/NODE-2407
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Lo ius soli separa e divide

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Il Papa accusato di spingere per la legge; attacco contro le parole pronunciate
in occasione della “Giornata del migrante”
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Papa Francesco per le sue legittime dichiarazioni sull’accoglienza e lo ius soli in occasione della “Giornata del migrante”, ha incassato un attacco selvaggio (non c’è altro termine per definirlo!) da parte di Matteo Salvini (Lega) e della Destra reazionaria.
Il leader della Lega è a tutto campo ovunque: su giornali, tv ed anche nelle comparsate televisive, magari sponsorizzando anche l’hotel che lo ospita, come nel caso della trasmissione di ieri sera “In onda” su La7.
Oltre al solito ritornello sui migranti ospitati negli alberghi a 3 stelle (stavolta siamo scesi di 1 stella!), il leader della Lega - provocato a dovere - ha sparato contro il Vaticano per gli appartamenti sfitti ed i beni che potrebbero essere dati ai poveri. Razzisti e xenofobi si nasce o ci si diventa per fare politica becera?
Per tutti gli altri che la pensano come Salvini e per quanto dichiarato da Daniele Capezzone (Direzione Italia), per quello che vale politicamente, è meglio lasciar perdere!
Contro lo ius soli si schiera anche Alessandro Sallusti che dalle colonne de “il Giornale” di ieri attacca Papa Bergoglio parlando di “golpe”, affermando che “se ne sta (…) giustamente rintanato e protetto nella sua città-Stato-fortezza e dice a noi che dobbiamo accogliere tutti senza se e senza ma” e rincara la dose, con malcelata perplessità, chiedendosi se “(…) è possibile far capire a un Papa Re, pure un po’ marxista, che in democrazia decidono i cittadini e non i sovrani e i cardinali?”
E si risponde anche da solo: “ Penso di no, del resto se la Chiesa avesse sposato questo principio Bergoglio probabilmente oggi non sarebbe sulla Cattedra di San Pietro ma pensionato in una parrocchia di Buenos Aires”.
Siccome non si fa mancare nulla, Sallusti chiude il suo articolo affermando che “(…) se fossimo in democrazia, neppure Gentiloni sarebbe premier. Che due non eletti provino a segnare il futuro dell’Italia è davvero cosa pericolosa”.
Sarebbe il caso di replicare, ma forse non ne vale la pena!
Preoccupa di più, però, la destra xenofoba e razzista che ha attaccato don Massimo Biancalani che ha osato far fare un bagno in piscina ad alcuni giovani migranti ospiti nella sua comunità.
L’attacco frontale è arrivato oltre che dal leader leghista Matteo Salvini anche da Fratelli d’Italia. Per fortuna, don Biancaloni ha ricambiato su Facebook: “Loro sono la mia patria, i razzisti ed i fascisti i miei nemici”. Forse poteva farne a meno, ma quando ci vuole, ci vuole!
Per restare in tema, registriamo che ci sono anche i fascisti d’estate, stavolta nell’isola di Lipari, con tanto di esposizione della bandiera della Decima Mas su uno dei pontili galleggianti del porto turistico. Dopo il lido di Chioggia strapieno di slogan mussoliniani, il fascismo ha espugnato Lipari? Il sindaco di centrosinistra assicura di no, che il vessillo (italiano e fascista!) della Decima Mas  sarà rimosso quanto prima, ma il gestore del pontile non ci sta e respinge l’accusa di “apologia del fascismo”.
In questa calda estate d’agosto, questi casi fanno pensare e preoccupano!
(n.b.)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//22-08-2017//06:00/NODE-2398
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La Buona Scuola fallita!

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I 5 insuccessi secondo USB: assunzioni beffa, chiamata diretta, bonus,
formazione e numero alunni per classe
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In un lungo articolo pubblicato su “La Tecnica della Scuola” (domenica 20 agosto u.s), il direttore Alessandro Giuliani dà un ampio resoconto cogliendo quanto affermato dall’Unione Sindacale di Base (USB) sulla cosiddetta Buona Scuola.
Premesso che non sempre ci siamo trovati in sintonia con l’USB per le posizioni assunte e che continua ad assumere contro i sindacati confederali ed autonomi, che però hanno capacità negoziale con il Governo, cogliamo alcune considerazioni che, non si possono non condividere, in ordine al fallimento della legge 107/2015 soprattutto in ordine alle assunzioni, la chiamata diretta, il bonus premiale, la formazione e la composizione del numero degli alunni per classe.
Recuperiamo dall’articolo di Alessandro Giuliani alcuni passaggi su quanto affermato dall’USB:
1)
Il piano assunzionale viene duramente contestato perché non ha scalfito i tagli e la composizione del numero di alunni per classe dell'era Gelmini, pertanto il cosiddetto organico dell'autonomia ha determinato un vero e proprio esilio per gli assunti degli ultimi anni e in altri casi ci si è ritrovati in un continuo peregrinare per l'Italia. Questa costrizione al trasferimento è dettata dalla stretta agli organici che da qualche anno sono determinati dal Ministero dell'economia e delle finanze e non più dalle reali necessità demografiche della scuola pubblica.
2) Anche per la chiamata diretta dei presidi quest'anno nei Collegi docenti s’è votato in massa contro bandi e criteri: in molte scuole – secondo l’USB – s’è deliberato di non adire ad alcuna votazione, perché il gioco del potere del dirigente scolastico legittimato da un contratto sulla "chiamata per competenze" era ormai svelato a tutti. Ma c’è di più: in questo mese la chiamata diretta si è completamente sbriciolata: alcuni presidi non hanno rinunciato alle ferie ed altri che hanno assunto senza pubblicare bando alcuno, altri ancora hanno formalizzato la cosiddetta “inerzia” ad operare facendo un gran favore ai docenti che hanno preferito farsi assegnare d'ufficio da parte dell’USR di competenza, piuttosto che compilare assurdi curricoli on line; per non parlare delle segreterie che spesso non sono riusciti a registrare al SIDI i docenti selezionati. Insomma un fallimento su larga scala!
3) Parecchi docenti – secondo l’USB - hanno rifiutato il bonus premiale, ma hanno cercato di avere accesso agli atti per capire se e quanto – nonostante la trasparenza amministrativa – non siano stati "premiati" solo i fedelissimi del Ds. Il bonus premiale, continua il resoconto dell’USB, ha dimostrato in questi due anni tutto il suo potenziale di clientelismo e favoritismo legalizzato da uno strumento completamente discrezionale!
4) La formazione calata dall'alto, su temi e contenuti che ledono la libertà d'insegnamento, sta condannando la scuola a una didattica vuota e formale con effetti negativi sulle reali esigenze formative.
5) Infine l’USB registra una situazione di stallo sulla diminuzione del numero di alunni per classe, sulla necessità di effettuare assunzioni non sui fantasmatici posti di potenziamento, ma su un organico di fatto che va riconosciuto tutto come organico di diritto.

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//21-08-2017//06:00/NODE-2289
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Manovra ok, se taglia le tasse ai giovani

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Le promesse: provvedimento da 12 mld/euro, ma meno contributi a chi lavora,
sostegno alle famiglie povere e sgravi alle imprese
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Prende corpo la manovra del governo Gentiloni che dovrà distribuire con il contagocce le poche risorse disponibili, puntando su misure per incentivare le assunzioni dei giovani che cercano lavoro.
Il provvedimento allo studio prevede il dimezzamento per 2 anni dei contributi previdenziali di tutti gli under 32 e, dopo il terzo anno, il taglio strutturale di quei contributi di 4 punti: 2 a favore delle imprese, 2 nelle buste paga dei lavoratori.
Oltre che al taglio delle tasse ai giovani lavoratori, il Governo intende combattere la povertà (“reddito di inclusione”), sostenere la ripresa del Pil e l’allargamento degli incentivi per gli investimenti delle imprese.
Silenzio tombale sugli automatismi pensionistici e la leader della Cisl, Annamaria Furlan, non ci sta proprio, specie dopo l’intervento del viceministro Morando, che in sostanza avrebbe stoppato il taglio delle pensioni in cambio di benefit per il lavoro dei giovani, e dà appuntamento a settembre per fissare alcuni paletti da cui non derogare. 

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//18-08-2017//06:00/NODE-2280
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Friggersi sempre con lo stesso olio!

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Proposta choc: aumenti stipendiali togliendo bonus e merito
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Dare ai docenti aumenti più sostanziosi, utilizzando il bonus per l'aggiornamento da 500 euro e i fondi per la valorizzazione del merito, legati alle loro singole performance professionali. Sembrerebbe questa la proposta che circolare in questa pausa post ferragostana e che rilancia il direttore della testata La Tecnica della Scuola, Alessandro Giuliani (17 agosto 2017) dando per credibile il piano escogitato, da almeno una parte dei sindacati rappresentativi, per definire il quantum da assegnare ad ogni insegnante dopo otto anni di blocco stipendiale.
Scrive Giuliani: “La decisione di tali sindacati, a ben vedere, potrebbe essere più che comprensibile: non essendovi fondi e finanziamenti pubblici ulteriori agli 85 euro lordi medi, tra l’altro ancora in larga parte da finanziare con la Legge di Bilancio di fine 2017, diventerebbe giocoforza accontentarsi di quello che già c’è. Distribuendo dunque in modo diverso le somme già finanziate per la stessa categoria professionale.
Solo che sia il bonus da 500 euro dell’aggiornamento (assegnati a tutti i docenti di ruolo), sia i circa 700-800 euro medi (assegnati in media ad un insegnante su tre), sono stati introdotti con la Legge 107/2015, attraverso i commi 121 e 126 dell’unico articolo, per ben altre necessità. I 200 milioni complessivi annui del merito avrebbero dovuto per dare linfa al mai applicato merito professionale approvato nel 2009 con la riforma Brunetta della PA (decreto legislativo n. 150/09) e confermato anche dalla stessa riforma Madia. Stesso discorso per i 400 milioni destinati ogni anno all’aggiornamento: tramite l’attuale “borsellino elettronico”, avrebbero dovuto sostenere i docenti per affrontare i nuovi percorsi formativi obbligatori e permanenti che la stessa Buona Scuola ha introdotto”.
Ora cambiare in corso d’opera la destinazione d’utilizzo dei fondi sopra elencati significherebbe non solo scardinare la Legge 107/15 ma avrebbe anche – secondo Giuliani – “il sapore di una vera resa incondizionata da parte dei rappresentanti del Miur, ma anche del Governo, verso chi da ormai tre anni sostiene che la Buona Scuola è piena di errori strategici e tecnici”.
Scontato che il discorso cambierebbe ovviamente, scrive ancora il direttore della Testata già citata, se la controparte che amministra la scuola fosse composta da un altro governo e da un’altra maggioranza. Senza contare, poi, che gli insegnanti si dovranno sobbarcare di tasca propria le spese per la formazione obbligatoria sempre per effetto della Legge 107/2015.
In conclusione, il sospirato aumento di stipendio sarebbe solo un cambio di destinazione d’uso di soldi; insomma, come friggersi sempre con lo stesso olio! (La Redazione)

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CERIPNEWS//LA NOTA//XVII//16-08-2017//06:00/NODE-2267
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A scuola di coding, ma giocando!

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Si moltiplicano, nel mondo, i tentativi di uso consapevole con l’intelligenza artificiale
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Hanno 5-7 anni di età i bambini che frequentano la Tufts University del Massachusett in un campus estivo per “imparare a giocare” con il linguaggio del computer e come rapportarsi con un robot.
Si tratta di un’accademia d’eccellenza che privilegia i giochi all’aperto con i bambini che si relazionano con un robot-giocattolo ed imparano il coding mettendo in fila cubi, secondo una sequenza, ma solo per semplificare il linguaggio. Ben altro, per i piccoli, rispetto agli occhi arrossati davanti allo schermo (sic!).
Ma siamo davvero certi che il futuro dell’essere umano sarà così pienamente informatizzato?
Si vedrà, intanto in Argentina è nato il Kibo Robot, una macchina costruita su misura per ragazzi che frequentano la scuola elementare e che li aiuta ad imparare oltre alla grammatica del pc anche la sintassi per un dialogo corretto con il computer. (c.c.)

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